19
Sep
2019

Memorie brevi del Monte Athos

Ritrovo e volentieri pubblico queste memorie brevi di un viaggio a piedi sull’Athos del 2005.

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“Christos Anesti!…” Bussano sempre i monaci verso le 4.30 del mattino. “Christos Anesti!” dicono. Cristo è risorto. Si dice tutti i giorni, un’infinità di volte al giorno, come un augurio, come un saluto, come un mantra nei quaranta giorni dopo Pasqua.

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Ma ora siamo alle porte dell’aurora e se non si risponde dal letto “…Alithos Anesti!” il monaco pazientemente ribusserà dietro la porta: “Christos Anesti!” E’ il segnale che precede la prima messa del giorno, quella che si accompagnerà all’alba, che canterà la prima luce cristallina di maggio sulla Penisola Calcidica. Il Monte Athos è un luogo di regole e la preghiera sta al primo posto. E’ la prima cosa da fare. E’ il primo modo con cui scandire il quotidiano. La prima di tutti i riti possibili in un mondo nel quale il tempo è stabilito dai ritmi stagionali e dalla luce della Prima Stella. La preghiera nel mondo bizantino è soprattutto canto. Si canta bene, armoniosamente, con il gusto del dettaglio, della variazione minimale su un canone che pare eterno, fissato nei secoli dai codici. Sull’Athos si canta allo stesso modo da oltre mille anni, senza stanchezza. Come può esserci stanchezza nella lode del Signore? Il leggendario Ayos Athanasios che nel X secolo fondò i monachesimo atonita arrivò a modificare la pianta delle chiese e le stesse scelte architettoniche dell’epoca in funzione del modo di cantare. Questo per permettere quel meraviglioso sospendersi nell’aria che è il canto bizantino, un modo di sfiorare il cielo, affacciarsi estatici alla rotazione delle sfere celesti e dei pianeti ma rimanendo uomini, esseri limitati di questo mondo, anime sazie per un attimo di armonia contemplativa.

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Solo guardando il mare, dagli spalti elevatissimi del Santo Monastero di Kariès, in un silenzio reso non meno assoluto dal soffio incostante della risacca ho avuto l’impressione effimera che fosse possibile spiegare, capire. Non dico tutto ma buona parte. Siamo anime esiliate. Vorremmo sapere sempre ben oltre quello che ci è dato sapere. Perché siamo esiliate dalla conoscenza assoluta e lo saremo per sempre, inguaribilmente. Non è nei codici musicali allora la risposta, qui li conservano con una cura totale, monacale (manco a dirlo!), con dedizione minuziosa. La sua ombra inafferrabile scorre nel brillare degli armonici di una voce che taglia lo spazio e l’incenso di fronte ad un’icona del Salvatore, che bacia con la devozione del pellegrino i piedi del Bimbo fra le braccia della Madonna della Tenerezza. Perché tenerezza e pietà, per se stessi, ce ne vuole parecchia per sceglire la vita del monaco. Forse fare una qualche rinuncia ad un mondo di polveri sottili, centri commerciali, profilattici colorati e patatine irradiate al cobalto non è poi così difficile. Il difficile è rinunciarvi per una regola, una modalità precisa di vita, una modalità precisa di canto in un mondo dove ci illudiamo di aver conseguito la libertà o, per lo meno, l’illusione di sapere bene di cosa si tratti. La libertà crediamo che sia anche non avere un’idea precisa di cosa essa sia. Demetrio Stratos cantava “Se tu guardi nel passato troverai tutto quanto stabilito e si chiama libertà”.

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Effettivamente questo mi è sembrato di intravedere nello scintillio argentino ed incessante del mare sotto la vigna, proprio questo. Il segno dell’eterna domanda se sia più libertà la regola o l’infrazione della regola, più la perfezione dell’onda o più la spuma che parte in mille direzioni quando l’onda si frange. Non sono io che posso dirlo. I monaci hanno tombe semplici, di pietra e di terra con una croce di legno. Accanto a una sepoltura c’era su un cartello una frase di San Giovanni: Come i fiori marciscono, come i sogni svaniscono così si dissolve la vita dell’uomo. E forse proprio a questo ho pensato sentendo cantare i monaci nella prima luce di un mattino di maggio. Che almeno il canto ci dia l’illusione di spezzare, rallentare, sospendere il ritmo del tempo. Quasi che vi sia una pietà possibile per i nostri cuori di uomini piccoli, soli di fronte al Destino.

 

Ettore Castagna – Karies – Maggio 2005

Foto di Ettore Castagna

 

01
Sep
2019

Hey, guy!

“L’ho visto perché mio padre l’ha sorpassato e io ho guardato in alto, dal finestrino della millecento, ho guardato che mi guardava e ci ho gridato «Cià, compà!» Lui si ha girato in basso dal finestrino di quel camiazzo enorme, grigioverde con la stella usarmy sulla fiancata e mi ha fatto «hey, guy!» e poi mi ha sorriso. Ca ali niguri quando ridono ci si vidanu tutti quei denti bianchi, come i ghiaccioli del bar al lido Georgette”.
Ettore Castagna – Tredici gol dalla bandierina – Rubbettino – Velvet – 2018
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01
Sep
2019

Non hai sparato…

Sì, carabiniere, non hai sparato, hai esitato un secondo in più perché hai visto un ragazzo, solo un ragazzo, uno con i capelli all’aria e la faccia pallida, pochi peli disordinati di barba sul viso. Hai esitato e hai avuto ragione a esitare che era solo uno sventato che gli è salito così di giocare alla guerra per vedere se è vero che oramai è guerra e si ammazza, si ammazza tutti i giorni. Prima si ammazza e poi ci si fa le domande sul per chi, sul per come, sul perché si ha ammazzato. Non lo so come ti chiami ma di sicuro ti chiami ’Cenzo. ’Cenzo… ’Cenzinu… diminutivo di Vincenzo. ’Cenzì, grazie che non hai sparato e che potevi sparare. Mi bucavi l’eschimo blu, la cistifellia, u cora.

Ettore Castagna – Tredici gol dalla bandierina – Rubbettino – Velvet – 2018
#tredicigoldallabandierina

Questura

Nella foto: Vito Librandi in Questura, 1979

28
Apr
2019

14 aprile a Roghudi, Aspromonte Greco

Roghudi

O potamu trechi panda…

Grazie per avermi invitato a parlare e suonare un po’ di qualcosa.
Grazie vecchi muri di Roghudi, grazie tempo variabile e pioggia intermittente fra le timpe dell’Amendolea, grazie Olimpia e voi tutti eroi di una lingua che muore ma che in voi rivive.
Contano i fatti non le chiacchiere, non le invidie, non le pochezze, non il nulla dell’uomo.
Conta chi ha fatto non chi ha detto e dice farò. Conta chi fa il bene non chi dice che lo farà.
Conta un manipolo di eroi che oggi parla greco alla faccia del tempo, dei secoli, della politica, delle sciagure umane.
Grazie amici di To Domadi Greco.
O potamu trechi panda…
Io non dimentico. Lascio ad altri l’arte dell’omissione e quella dell’oblio.
Roghudi Vecchio, 14 aprile 2019

09
Mar
2019

E pure su SportWeek…

SportWeek, il settimanale della Gazzetta dello Sport, ha pubblicato il 9/3 un lungo articolo sulla figura mitica di Palanca e sul mio romanzo “Tredici gol dalla bandierina”. Grazie Maria Teresa D’Agostino

SportWeek 1

 

SportWeek 2

 

06
Feb
2019

Rabona, Palanca e il mio romanzo

Sorpresa! Sulla puntata di Rabona dell’1 febbraio 2019  non solo compare l’illustre Massimo Palanca, di cui si narrano le gesta calcistiche del tempo che fu, ma, a un certo punto, il conduttore nomina (modestia a parte)  il mio romanzo che fa bella mostra di sè in scena.

Rai

Che dire? Io ringrazio tutti sperando di diventare famoso. Ricco è più difficile.

Potete vedere la puntata a questo link di RaiPlay

https://www.raiplay.it/video/2019/02/Palanca-O-Rey-di-Catanzaro-che-segno-13-gol-dal-corner-01022019-2f51f2d6-32e4-4ccb-858e-d64bba166acb.html