13
mag
2016

Fra l’Essere e il Nulla (Bancario)

 

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Ripubblico qui, a titolo di episodio microletterario, un mio post su facebook del  13 maggio 2015.

Nel 1988 me ne andai da Catanzaro. Fra le cose che mi sono lasciato alle spalle c’era anche un libretto di risparmio della CARICAL (oggi CARIME) completamente vuoto. Per trent’anni mi sono arrivati gli aggiornamenti. Dovunque io fossi la banca trovava il mio indirizzo e mi inviava aggiornamenti sul libretto vuoto. Tre, quattro, cinque, sette traslochi in vari punti d’Italia e sempre arrivava il foglio bancario a ricordarmi che a Catanzaro mi attendeva languente un libretto vuoto, un credito col nulla, un impegno col niente, una definizione cartacea del non essere. Questo libretto ha pervicacemente sopravvissuto vuoto a lettere di disdetta varie, raccomandate turbinose, telefonate di incredula protesta. Oggi mi informano che, dopo quasi trent’anni, il libretto vuoto è stato estinto. Una parte di me, quella che si completa fra l’Essere e il Nulla svanisce. Nel Nulla di cui era sostanziata.
PS Foto di libretti Carical a commento delle mie chiose in web non ne trovai.
Accontentatevi di questo bell’assegno storico che almeno è pieno

12
mag
2016

“U Sonu” compie dieci anni

Foto del 12-05-16 alle 22.57

Dieci anni dalla prima edizione di “U Sonu – La Danza nella Calabria Greca”. Un libro (e un cd) che nel suo piccolo ha cambiato un po’ la mia vita. Sono molte le persone con le quali ho un debito di riconoscenza per l’aiuto nella ricerca che ha portato all’edizione di ” Sonu” nel lontano 2006 e con l’occasione un caro saluto a Diego (i Dimitri) non perchè sia su facebook ma perchè è il più grande antropologo che in realtà io abbia mai conosciuto …

16
feb
2016

La Riviera su “Tradizione e Improvvisazione”

Ringrazio “La Riviera” e Larosa per questo articolo sullo stage “Tradizione e Improvvisazione” – Febbraio 2016 – Siderno (RC)1213

La riscoperta della Lira passa da Siderno Superiore

Dom, 14/02/2016 – 14:47

Il racconto di una giornata spesa a conoscere suonatori, maestri, ballerini e appassionati della lira calabrese che vivono la loro passione autofinanziandosi e senza la ricerca di emolumenti diversi dal loro amore per la musica, per esser più espliciti senza chiedere una “lira” a nessuno.
Tra carri in processione, maschere vaganti, coriandoli e stelle filanti danzanti nell’aria fresca di questo periodo carnevalizio, che hanno attratto e affascinato gli abitanti della Locride un evento è forse passato un po’ in sordina.
Mi riferisco a uno stage di Lira calabrese, tenutosi a Siderno Superiore lo scorso week-end, organizzato dal professor Ettore Castagna e patrocinato dal comune di Siderno.
Curioso per natura, domenica sono andato a Siderno Superiore e nel solito scenario da paese sospeso nel tempo, tra vicoli e vedute mozzafiato, si poteva udire, piano e dolce, un suono, una melodia, provenire da palazzo De Moja che, irradiandosi nell’aria pungente, quasi la mitigava col suo calore tonale.
Spengo anzitempo una sigaretta ed entro.
Incontro Sara e Marisa, mi parlano, col sorriso negli occhi, della loro passione per il ballo popolare e mi fanno da Cicerone per le sale del palazzo fra altri ballerini, suonatori e corsisti, che sotto l’abile guida del professor Castagna, si impegnano a far rivivere uno strumento troppo a lungo rimasto nel dimenticatoio.
Come un intruso, un ladro, guardo, ascolto, cerco di fotografare quel clima di gioia, di socialità che si respira, voglioso di rubarne un po’ e ansioso di parlare con il responsabile di quest’atmosfera onirica.
Ettore Castagna finalmente si concede e concede ai suoi una pausa, stanco per il duro lavoro, ma per niente schivo e profondamente cortese, si ferma a saziare la mia curiosità.
Inizia col dirmi che il corso, nato 6 anni fa, si chiama “tradizione e improvvisazione” e dopo essersi svolto per 5 anni nel geracese si è spostato, grazie all’interessamento dell’assessore alla cultura Ercole Macrì, nel luogo che gli è più consono, Siderno, dove la tradizione della lira era più radicata e che può vantare il ricordo di uno degli ultimi suonatori e costruttori dello strumento, Peppe Fragomeni, detto ‘U Fanarra. Mi racconta di sentirsi onorato per aver partecipato al gruppo di studiosi che si è occupato del recupero e dell’etnografia di uno strumento che, fino a non più di 30 anni fa, si riteneva ormai estinto e che oggi vive una seconda primavera attirando persone, dall’Italia e dall’estero, vogliose di indagarne non solo la musicalità, ma quella convivialità che era alla base del mondo contadino che ne ha tramandato il repertorio fino ai nostri giorni.
Affascinato dal suo raccontare, mi perdo in silenzio in quella prosopopea da amante antica che Ettore fa della Lira; soggetto e non più oggetto, dalla forma specifica, piriforme o a lancetta, che mi dice troviamo sostanzialmente identica in Calabria, nei Balcani, in Turchia e nelle isole greche; dotata di una voce propria, che parla una lingua arcaica, la lingua di quel mondo medioevale che le ha dato i natali e dei popoli bizantini che ce l’hanno tramandata.
Proprio per questo suo essere “antica” o per le sue scale modali considerate démodé, il professor Castagna, mi confessa che l’esplosione di “festival folk-pop”, come li chiama lui, offre al pubblico un’idea distorta della voce della lira, che rendendola commerciale e conformata all’estetica dominante la “Sanremizza” e così facendo la decontestualizza da quell’ambiente rurale del quale è espressione.
Quel mondo bucolico dei nostri nonni, (continua), che attraverso la musica risanava lo spirito in momenti di forte aggregazione sociale, il cui zenit si manifestava nel ballo sulle note della lira, ballo che niente o poco ha a che vedere con quello “discotecaro” propinatoci dai gruppi folk alla moda o da sedicenti istruttori, che si beano di poter trasmettere, in poche ore, una tradizione secolare ed estremamente diversificata.
La diversità di approccio che noi abbiamo è proprio qui; noi, incalza il professor Castagna, non abbiamo né fini economici, né intenti esibizionistico-edonistici, perciò la nostra ricerca sul repertorio tradizionale della lira, o sulla performativa del ballo, anche quando punta all’innovazione, lo fa rispettandone le radici storiche, non dovendo preoccuparsi di rispettare i canoni stilistici graditi al grande pubblico, e cercando di difendere “il fiore della nebbia dall’omologazione dei bouquet della sposa”. Io mi dice: “Al folk da palcoscenico preferirò sempre il folk dalla socialità analogica, quella socialità che esalta i momenti di aggregazione intorno ad un tavolo sicuramente più adatta a rappresentare i valori che veramente contano nella mia vita: l’amicizia, la cordialità e il rispetto per le diversità culturali e caratteriali che contraddistinguono il genere umano”.
Già abbastanza colpito da quello che avevo visto e sentito e dalle spiegazioni del professore, che ha avuto il merito di far capire, a un profano come me, la necessità di difendere questo nostro bagaglio culturale da quella globalizzazione da copertina che vorrebbe omologare tutto e tutti a un modo “corretto” di pensare e sentire, accetto di fermarmi a cenare con il gruppo per addentrarmi maggiormente nel loro mondo, nella loro visione anticonformistica del folk.
Tra una portata di pasta e piselli e una di carne, tra un’insalata e un mix di piatti volutamente appartenenti a quella dimensione popolare, a quella gastronomia povera, ma incredibilmente gustosa dei nostri nonni, risuonano le lire dei 40 corsisti, i canti potenti di stornellatori locali, zampogne e flauti venuti a salutare e contrappuntare la prima donna bizantina che non sembra affatto disturbata, né dal chiacchiericcio allegro dei commensali, né da quel tintinnio che fanno i “picciriji di vino” quando si scontrano in aria prima di esser bevuti.
Tra un bicchiere e l’altro continuo a chiacchierare, con Giulio amico romano di vecchia data, che non sapevo anche abile suonatore di lira calabrese, e con Vincenzo Piazzetta, lametino ex commercialista, che per amore del mondo pastorale si è reinventato abilissimo costruttore di lira.
Mi parla del suo lavoro, della sua passione, della sua nuova vita felice da artigiano metodico, preciso; mi racconta che la lira è uno strumento scavato in unico blocco di legno composto da una tavola armonica con due fori, da un gruppo anima-ponte, dai piroli a inserimento sagittale e dalle tre corde in budello di animale e mi spiega l’importanza che ogni singolo elemento ha nella realizzazione del tutto. Così, passando da un excursus botanico sui legni più adatti al corpo, a uno zoologico sugli animali le cui interiora sono più idonee per le corde, mi immerge nel suo quotidiano, nella sua spasmodica ricerca sugli strumenti dei suonatori classici, come la lira del Barilli, che rappresenta ciò che uno Stradivari è per i violinisti, fino a giungere ai modelli contemporanei sviluppatisi dalle varianti generate per un’errata copia dell’antigrafo.
La passione con la quale descrive il suo lavoro quasi contrasta con le cicatrici che segnano le sue mani, tutte ricordate con un sorriso, a volte addirittura collegate a un’onomastica ben precisa della lira responsabile, la “Scienziata”, la “Bastarda” e via dicendo, che ben evidenzia il viscerale rapporto che l’artista ha con la sua opera.
Un solo nome e tre anime che si fondono in un sodalizio eterno, questa è una lira per Vincenzo Piazzetta. Dice: “L’anima intrinseca dello strumento, commistione di quelle parti che amalgamandosi fanno l’unità; quella del costruttore con la sua tecnica, il suo estro l’umore che aveva mentre la costruiva; infine l’anima del suonatore, che spesso interrogo per conoscere meglio, per capire la natura della persona alla quale concederò mia figlia, regalano alle mie Lire una voce unica, ogni volta diversa e mi rendono non solo un costruttore, ma un grandissimo musicista, poiché ogni volta che qualcuno suona le mie creazioni, ovunque egli si trovi, è come se anche una parte di me fosse lì a suonare con lui”.
La mia serata è poi continuata tra musica, risa, chiacchiere, balli e altro vino, tanto vino… tanto da non ricordare oltre quello che ho già racconto, ma non abbastanza da cancellare le ineffabili emozioni provate immergendomi in un mondo che conosco poco, ma che difficilmente dimenticherò.

Autore:
Vincenzo Larosa

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