01
Mar
2020

L’America nel 1976

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Non è certo una scusante avere sedici anni ma fu nell’estate del 1976 che decisi che sarei andato negli Stati Uniti. Un ragazzo texano che andava in giro in Calabria in autostop me lo aveva detto sulla spiaggia di Pietragrande. Scrivi al Consolato USA e chiedi per il visto, fai una lettera piena di motivazioni, mi raccomando, scrivi cose belle.
Allora io che li avevo a schifo gli americani, li avevo a schifo perché c’era stato il Vietnam e c’era l’imperialismo e c’era il Muro di Berlino scrissi una lettera piena di motivazioni.
Dopo un mese spuntò nella buca di casa mia un’altra lettera bianca ma con l’aquila americana stampata… In God ui trast… oh, cazzu! Respundìru…Una lettera con l’aquila americana che mi manda un questionario. Lo vuoi il permesso per entrare negli Stati Uniti? Sì? E compila l’applichescionform…
L’applichescionform ne vuole sapere un sacco e una sporta di cose sopra di me. E allora prova a scrivere, prova a rispondere. Vogliono sapere cose di me che io non so. Sopratutto non so fino in fondo che ci voglio fare negli Stati Uniti. È certo che ci vuole il passaporto e bisogna cacciare centodiecimilalire. Oppure centotrenta… va’ ricordati. Poi, tanto per cominciare, ti devi pagare il viaggio.
Il viaggio è facile. Me lo ha detto Marco di Milano che lo ha fatto. Marco di Milano, alla terza canna sulla spiaggia di Soverato, mi ha detto che tu pigli e arrivi in autostop fino a Liverpool… O è fino a Manchester? Dov’è che c’è il porto? Quando arrivasti a Liverpool o a Manchester pigli e ti giri le navi.
Vai navi navi.
Navi navi.
Muru muru.
Ripa ripa.
Vai navi navi e domandi: «Scusate… lo volete un mozzo fino a Boston? Io vi lavo e vi passo lo straccio a tutte le parti della nave per tutta l’attraversata e voi mi portate fino a Boston».
Marco dice che basta chiedere ai mercantili con pazienza. Piano piano e prima o poi, qualcuno te lo dice sali, lavora e stai zitto per tutto l’Atlantico dickhead…
A mmia dickhead? Ah, bruttu cornutu… Comunque io mi sto zitto e mi passo l’Atlantico gratis con un paio di settimane di nave dopo che sono arrivato da Catanzaro a Liverpool con una settimana d’autostop. O era Manchester?
A diciassettànni a Boston! Ajalà… deve essere proprio ganzosa Boston. Comunque, arrivato all’America e consegnata l’applichescionform, poi è tutto a posto. Prendo i miei diciassettànni, li rimetto nello zaino militare che ho comprato a Napoli, a Resìna per cinquecento lire e me ne vado in autostop a Los Angeles. Me la faccio sana sana la traversata coast to coast.
Mi sparo tutta la Lincoln Highway. Da New York a San Francisco… sissignore! Mi faccio un viaggio on de rod come a GechCheruach. Anzi meglio di GechCheruach e, quando torno ai giardinetti di San Leonardo, vi stampo un romanzo che trema la terra.
Io penso che forse è meglio la Route 66. Si piglia da Chicago e poi ti sciali a passaggi dall’Illinois alla California, come se fosse una spuma al bar Lanzo, u magudocahè.
L’America è l’America, compà…
Io ne so qualche cosa perché il tempo passa ed escono i dischi. Escono i dischi e io me li registro sul mio Grundig a cassette da settantamilalire. Io la strudo la cassetta di Born tu Ran. Sotto e sopra, sopra e sotto. Canto le canzoni di Springsti a squarciagola e non riesco a starci dietro allo slang di Brus e allora me lo invento. Canto e ballo camminando che è troppo forte Brus. Ti fa vedere l’America per com’è… Vedi le Becstrits, vedi Giangolland, Tunderrod. Allora fai che suoni la chitarra nell’aria mentre il registratore consuma batterie Superpila al massimo del volume, poggiato sopra una panchina a San Leonardo oppure dentro di un’aiuola a Piazza Matteotti.
Poi, ti capisci tutto in una volta. Per quello che sei. Un ragazzo di Catanzaro di solo diciassettànni e ti dici: «Ma dove le trovo io centotrentamilalire per il passaporto?»

27
Feb
2020

Platì, cercando un dio adatto

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Gino, certe volte mi viene come un ricordo.
Un paese di bambini in moto. Che salgono e scendono sulla via principale. Certi fumano come in un film neorealista. Come fossimo nel dopoguerra. Ma non siamo nel dopoguerra, siamo verso la marina dei Greci. Lo Jonio scintillante di Pasolini che si trova da quella parte. Siamo sul lato della costa antica della Calabria, siamo in una mescolanza di digitale, di pastori, di guai e di croci da abbracciare e da portare. C’è pure qualche strada con le fosse, qualche casa sempre da ultimare. Piante d’ulivo lassotto, poi immense fioriture di orchidee selvatiche in primavera e un’aria che è quella di casa.
Aria di casa, Gino.
Platì è un luogo che riesce a esprimere vita. Voglia di esistere e di lavorare pure se la realtà qui è un delirio postmoderno di legge e di ingiustizia, di memoria ferma e di intonaci indecisi, di cucchiai intagliati all’antica per la ricotta o per la nostalgia. E poi slot machine.
Cosa ne è di Platì durante il giorno e la notte?
Chi la capisce e chi ne capisce sogni e cuori se non i suoi abitanti? Se non quelli che l’hanno abitata? Se non quelli che ci sono passati una volta a causa di una fotografia, di un arrosto di castrato sedetevi e mangiate professore, di un panorama sinceramente inatteso.
Gino, certe volte mi viene come una sequenza di un film. Passeggiare su quella strada con le moto che passano fra le macchine ed un saluto ogni pochi metri.
Buongiorno cumpari, chi si dici cumpari, ringraziamo Ddiu cumpari…
Aria di casa e quella foto che mi porto appresso stampata in un apposito meandro del cervello. Aria di casa e quegli amici che me lo ripetono.
Per certe cose che vedi, noi conosciamo solo te.
Non può essere. Io sono venuto troppo poche volte.
Sono quelle volte che contano.
E mentre parliamo è pieno di bambini. Sempre pieno di bambini. Sta per uscire la statua della Madonna per la processione. O è domani?
Sono la speranza stessa i bambini. La speranza che si fa corpo, occhi, braccia, capelli corti e un pallone Supertele.
Un’idea sorridente. Ed è quella di una giornata d’estate a Platì con te e con Mimmo, cercando un dio adatto, ricordi?

Ettore Castagna, febbraio 2020, una forma di prefazione a: Luigi Mittiga, I love Platì, Cento piccoli film intorno un paese dell’Aspromonte, in corso di edizione

01
Feb
2020

Fra un’autorecensione piuttosto attempata e un amarcord

E. Castagna, M. Cognetti, W. Torchia, Distilleria all’Arancio, La foglia di ficus, Catanzaro, Gennaio 1979… Cento, forse centocinquanta copie oramai introvabili

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Doveva essere l’autunno del 1978 ed era una piccola città, Catanzaro.

Vale la pensa continuare a leggere dopo un incipit di questo genere? Io penso di no.

Ma, magari, non avete nulla da fare in questo momento e potete arrivare in fondo.

Fate un piccolo sforzo, eccezionalmente per questa volta.

Oppure, in fondo, no. Non vale la pena.

Forse a metà.

Vediamo.

Walter ci disse: «Dobbiamo fare un libro e lo voglio fare con voi e qualche altro amico… Magari Peppino Scarfone e Romano Pitaro. Il titolo non lo so di preciso. Lo deciderà l’editore. Un libro di poesie e poi un unico raccontone, dall’inizio alla fine. Una cosa che fa da cucitura, che tiene insieme tutto»

«Eh, sì… l’anello narrativo… come dice il professore Voci quando non parla di Dante… Cioè mai… Parla di Dante tutti i giorni… Come quando Castagna gli ha detto che Dante è un servo dell’imperialismo… No, Castà? Non ci dicisti accussì? E lui gli ha detto mezzo indignato “Tu sei stupido ma… banale” Ah, ah…No, Casta’? Ti futtìu Voci, Casta’! Ah, ah»

Walter era imperterrito, sorrideva e continuava a dire.

«È una bella storia. Tre ragazzi che siamo noi vogliono diventare famosi come poeti. Alla fine pensano che un gesto eclatante come il suicidio li può rendere immortali. Però alla fine rinunciano anche a questo perché sarebbe tutto troppo serio… Bello, no? Divertente, no?»

Io e Maurizio fissammo Walter per qualche attimo in silenzio. «Tu si’ pacciu» commentò Maurizio. Era ottobre 1978 dappertutto a Catanzaro e lo era pure davanti al bar davanti al Liceo Classico Galluppi. Mi venne di aggredire allegramente Maurizio, lasciando Walter a squadrarci quasi incazzato… Guarda questi due che non si può fare un mezzo discorso serio.

«Ha ragione Cognetti…Si avvicina Natale… Arriva Cognù Bambino… Cognù… Gnognò…Gnognò…» questo aggiunsi inseguendo Cognetti che brandiva contro di me l’ombrello aperto in quella fresca giornata di sole autunnale. Scansava i miei pizzicotti e la mia coglionetta: «Gnognò… Gnognò… E secondo te dovrei scrivere un libro di poesie con Cognù Bambino… Walter, non è possibile… Ah, ah…»

«Ettorù… siamo a ottobre, ma mi volete stare a sentire o no?» Walter ebbe pazienza quel giorno.

Era così perché era lo stile, era il momento, eravamo demenziali perché eravamo così. Io dico che lo saremmo stati a prescindere dal momento, dalla politica, dalla rivoluzione. Una generazione intera era così. La creatività al potere. Sì, al potere… Sta’ friscu.

Ci davamo arie da poeti in quegli ultimi anni di liceo. Io giravo con un basco blu messo un po’ di traverso. Un Ungaretti magro e occhialuto. Maurizio con una bombetta scassata di suo fratello per la quale rischiammo di essere presi a cazzotti al mercato ortofrutticolo di Belfast, l’anno dopo. Chi è che va a spasso in un mercato cattolico irlandese con il simbolo degli inglesi invasori in testa? Due immaginari poeti calabresi.

Scrivevamo poesie e racconti ed era un specie di allegra tenzone artistica fra qualcuno che poi tentò la via dello scrittore e qualcun altro no: Maurizio Cognetti, Walter Torchia, Benedetto Sestito, Peppino Scarfone, Renato Nisticò, Romano Pitaro.

Non era raro che ci si trovasse la sera, ai Giardinetti di San Leonardo.

«Lo sai… ho scritto un racconto…»

«Io invece una poesia»

«Eddai leggiamo… certo che batti a macchina che fai pena, è tutto pieno di cv».

Mica cv vuol dire Curriculum Vitae.

Che ne sapete voi che scrivete solo in ambiente digitale del cv? Il vostro device vi corregge l’ortografia. Magari a modo suo. ma la corregge.

Quando si scriveva a macchina, magari con la lettera 32 dell’Olivetti, il risultato era che spesso battevi la c invece della v e viceversa. Allora incazzato ci ribattevi sopra la v o la c.

I fogli si riempivano di questi sgrancichi. Era fastidioso il cv.

Passarono un paio di mesi febbrili, ognuno a scegliere le sue poesie, ognuno ad ascoltare quello che l’altro aveva da scrivere. E poi ascoltare il racconto di Walter, la cucitura, l’anello narrativo…

Non so che valore avessero quei testi, tutte quelle parole a invadere carta su carta. Per noi però erano importanti. Erano i nostri diciottanni che sfilavano sul nastro nero della macchina da scrivere.

Un numero indeterminabile di amici ci ruotava attorno in serate a base del vino scadente delle osterie catanzaresi, rape e fagioli da Reduci e Combattenti, morseddu da Pepè u Russu. Nel modo leggero e scanzonato di una banda di liceali si compose tutta l’avventura nei suoi dettagli. Avremmo venduto poi le copie secondo lo stile militante dell’epoca… Fuori il Classico, fuori lo Scientifico, amico per amico, magari casa per casa.

Fu tutto molto letterario forse perché pareva candidarsi a non esserlo affatto,forse per la diversità delle intenzioni che c’erano dentro: la cavalleresca generosità del nostro editore, la goliardia di Maurizio, il sentirsi un po’ letterato di Walter, il gusto per il surreale del quale sono invasato io stesso da tenera età. Ma forse anche c’era la troppa gioventù, un’ingenuità e una verginità di provinciali.

Il libro uscì ufficialmente a gennaio del 1979 ma in realtà verso aprile o maggio. Era in 132 pagine per duemila lire. L’editore era una persona non un ufficio e nemmeno un consiglio di amministrazione e si chiamava Benedetto Sestito. Pagò ogni cosa di tasca sua. In copertina e nei crediti finali l’editore si chiama “la foglia di ficus”, già “Catene Mentali” . Non so quanti libri abbia pubblicato ma credo tutte produzioni romantiche e ciclostilate come la nostra. Forse furono cento copie, forse centocinquanta. Non mi ricordo più. Qalche  altra cosa me la ricordo ma a modo mio. Mi ricordo che fu battuto a macchina e ciclostilato pagina per pagina dal paziente editore medesimo dentro la sede di Lotta Continua. Poi ci mettemmo tutti a fascicolare le copie sul grande tavolo della casa di Benedetto. Walter mi dice che invece si fece tutto alla parrocchia di Don Biagio che aveva una macchina elettrica e un ciclostile  degno. Sono entrambe due versioni epiche e possiamo tenerle tutt’e due.

Per dare dignità editoriale all’opera, Benedetto portò tutte le copie in tipografia e il libro venne cucito, incollato, rifilato e ricevette una degna copertina con un disegno di Klee sulla prima.

Sulla quarta troneggiava, in lettere capitali, una sinossi assolutamente degna dell’avventurosa operazione:

“Ventuno scene, due dibattiti, trentaquattro poesie e due in forma di prosa, venti intermezzi e sei interventi celesti: Una carrellata di situazioni, sensazioni, possibilità, dolcezze, spiragli e buchi neri del grande mondo qualsiasi di un pugno di afflitti incalliti, tipi comuni senza comunità, assolutamente pieni di sé e della propria sacrosanta gloriosa unicità, gentili e bradi tali e quali i loro nonni, forse. Come tutti. Votate e fate votare”.

Ne conservo una copia che ha sopravvissuto ai miei innumerevoli traslochi.

Quando mi serve ridere, la leggo e rido.

18
Oct
2019

Calypso, quella canzone che piace magari a tuo figlio…

C’era un gioco disperato che facevo da bambino. È passato mezzo secolo oramai ma gli alimenti industriali c’erano già come oggi. Peggio di oggi. Il formaggino Bel Paese te lo vendevano dentro un barattolo di plastica circolare. Un innocuo tronco di cilindro con qualche microscopico foro sul coperchio. Per consentire la decompressione durante la chiusura. Ne mangi uno e metti da parte l’altro in frigorifero. Guarda come si conserva bene. Guarda com’è intelligente la Galbani.
Noi, con la crudeltà dei bambini, ci rinchiudevano dentro le mosche. Una o due. Una prigione trasparente per osservare la morte lenta dell’insetto. Per inedia, per fatica di volare sbattendo contro la plastica, per soffocamento.
Le pareti si riempivano lentamente di condensa. Ed io le osservavo morire. Le mostravo come trofeo ad altri infanti uniti nella ferocia del soffocamento della mosca, della crocefissione della lucertola, dell’uccisione dei passeri con la fionda.
Forme di ferocia analogica obsolete oggi che anche la crudeltà si è fatta digitale.
Non so quanto mi sarei soffermato su questa canzone se il mio amico Pietro non me l’avesse mandata per email e mi avesse detto leggiti il testo.
Hanno un testo le canzoni di oggi?
Lo hanno per noi della vecchia guardia che giudicavamo gli autori dall’impegno?
Battisti era fascista perché era disimpegnato. Battisti non è mai stato fascista. Era solo un genio hippie. Solo che noi ci credevamo e i fascisti pure. Oggi lo consiglio a mia figlia, ieri mi rifiutavo di ascoltarlo.
Ripetiamola questa domanda: Hanno un testo le canzoni di oggi?
Sì, ce l’hanno. Ce l’hanno indipendentemente se a noi piace o non piace, indipendentemente da quanto sono commerciali, disimpegnate, innovative, conservative, banali, ripetitive.
In questa canzone ritorna l’ossessione del vuoto del cuore e del suo smarrimento.
Io non so più dove ho messo il cuore
Dov’è il tuo cuore ragazzo? Nel mondo diseducato della competizione fine a se stessa che ha creato la scuola italiana inseguendo le ossessioni malate di un capitalismo psicopatico? Oppure nella pedagogia dello smartphone che è la tua unica e ultima speranza in un mondo di genitori e adulti che non hanno nulla da dirsi e nulla da dirti?

Forse non l’ho mai avuto
Forse l’ho scordato
Dentro ad una ventiquattrore
Ma non mi ricordo dove

Si tratta di un movimento totale, generale di rimozione dell’emotività iniziato da ben prima che tu nascessi, iniziato da ben prima del digitale. Dopo l’ubriacatura dell’immaginazione al potere degli anni ’70 del secolo scorso, la mano è passata ai compagni di scuola di Venditti. L’entrismo in banca ha vinto. Anzi le banche sono entrate in noi inoculandoci carte di credito, codici a barre, ipermercati.
La rima principale è divenuta cuore/consumatore. Cuore/amore che era in obsolescenza non è stata più rinnovata.
La canzone giustamente recita “Forse non l’ho mai avuto”. Mi sembra ragionevole. L’uomo è un animale culturale. C’è un patrimonio composto di incomprensibili definizioni greche (ethos, eidos, ethnos, logos…) che il vostro orizzonte culturale doveva passarvi e non vi ha passato. Che non è stato né capace né intenzionato a passarvi. Il cuore è oramai solo un’icona smart, un segno grafico per Whatsapp, per Tinder, per Instagram.
Sfera ben definisce l’apparenza dell’attesa di un’epifania del sacro. Un’epifania destinata a non manifestarsi poiché il sacro possiede un orizzonte che è stato disintegrato. Talvolta cassaintegrato.

La gente aspetta i miracoli
A braccia aperte, sì, come i tentacoli
Spera che risolva tutto il Signore
Ma non è così
No no, no no

Il miracolo non vi sarà senza nessuna forma di spiritualità. Il Signore è un’icona smart la cui efficacia è dettata dalla app di riferimento. Il miracolo non gira in ambiente Android. D’altra parte le braccia aperte non sono braccia aperte ma sono tentacoli. Ovvero la definizione grafica dell’accaparramento avido di un qualsiasi bene materiale o immateriale che sia. L’accoglienza è ben altra cosa. La consapevolezza del dono è anch’essa altra cosa.
Ragazzo, tu ti aspetti un orizzonte emotivo che non si realizza e del quale sei stato espropriato alla nascita.
Come unica verità non resta che la via del falso. Sparendo la verità, l’unica verità è il falso, il fake, la gente che si insulta in ambiente digitale e poi passa la giornata ridendo e scherzando su un banco di scuola. L’unica verità è il denaro smaterializzato in bitcoins, tatuaggi e scarpe firmate e decantato nella sua primordiale forma energetica di potere.

Questi finti sorrisi mi mandano in crisi, oh oh, oh oh
Nemmeno tu credi a quello che dici, lo so
La strada del successo fa vincere soldi
Fa perdere amici, oh no
Bambini e banditi ai miei show

Di sicuro rimane la fatica della vita, del vicolo, del traffico, del girare un’unica pagina di libro, di riuscire a non dire un incomprensibile e immotivato vaffanculo a chi ti chiede solamente a che ora passa il 79, di non associarsi al coro del lasciamoli affogare in mare questi che vogliono superare i cocci di bottiglia sopra la muraglia che cinge l’Europa.

Corri ragazzo nei vicoli
Cento sirene negli angoli
Nessuno cercherà nel tuo cuore

Sicuramente cercherà nel tuo cuore Amazon poiché qualcuno gli ha commissionato il ritiro della tua prossima extrasistole. Sicuramente cercherà nel tuo cuore lei in cambio di una ricarica postepay particolarmente generosa.
La memoria del cuore diventa un fatto evanescente. Un mito senza mito. Senza alcuna possibilità di un rito di accesso.Nulla di iniziatico è previsto per il tuo cuore. Per riascoltare il messaggio prema zero.

Cerchi per strada miracoli
Gli altri ti dicono, “C’est la vie”
Ora ricordi dov’è il tuo cuore
Ora ricorda dov’è il tuo cuore
Calipso
La la la, la la, la la

Un patrimonio emotivo come la musica diviene un bene rifugio ma non può essere che specchio della realtà e dei suoi limiti.

Mi nascondo dentro a una canzone
Così nessuno mi trova qui
Mi dicevano, “È solo rumore
Non ascolto quella roba lì”
Frate’ copriti che fuori piove
Occasioni qui ce ne son poche
Mi parli di quello che hai fatto
Nulla di più falso della tua faccia da poker
Ho provato ad andare lontano
Per guardare il mondo con occhi diversi

Non si riesce a guardare il mondo con occhi diversi da quelli imposti. La mosca è dannata a guardare il mondo da dentro le trasparenze del barattolo. La musica diventa solo rumore perché altro non può essere. Le occasioni si dileguano in un’Italia ridotta un paese di vecchi razzisti. Il paese più vecchio del mondo. Un orizzonte di cimiteri pieni e di case vuote nei prossimi vent’anni quali occasioni dovrebbe partorire? Anche lo stesso concetto di lontano e di relativo allontanamento che aguzza lo sguardo culturale provoca riflessione, nostalgia, consapevolezza sulla cultura di appartenenza si appiattisce e si narcotizza nel digitale che trasferisce la stessa morte dietro lo schermo. È più importante pubblicare di uccidere che uccidere, è più importante pubblicare di viaggiare che viaggiare, è più importante pubblicare di amare che amare. Questo riguarda anche oramai anche i gesti più fisici come quello di un rapporto sessuale.
Siamo la mosca che guarda la vita da dietro il vetro di plastica del formaggino BelPaese. Un mondo buono, un mondo Galbani ci è garantito. Galbani vuol dire fiducia. E noi possiamo confidare solo nel muro di plastica circolare, ripetitivo, identico a se stesso della nostra prigione di plastica.

Frate’ copriti che fuori piove

Allora forse manco vale la pena di uscire oramai. Forse non vale più nemmeno la pena di tentare la via di fuga.
Il ragazzo allora cerca una reazione in qualche modo vitale.

Sulle strade di Napoli
Corro, corro, corro
Dentro vicoli scomodi
Corro, corro, corro
Siamo stanchi ma giovani
Corro, corro, corro
Dammi forza per non fermarmi
Se questa vita può prendermi

Essere scomodo, essere sgradevole, essere indigesto, essere antagonista al mondo degli adulti. Ma è un antagonismo disperato. Disperato perché gli è proibita la ricerca del senso. L’antagonista è consapevole di non avere nulla da opporre al protagonista. Direi che non ha un’idea chiara nemmeno di chi sia il protagonista a cui opporsi.

Cento sirene negli angoli

Nessuno cercherà nel tuo cuore, nel mistero dell’impossibilità di oggi di dichiarare l’emozione, far parlare la pelle, il sudore, le labbra, le lacrime, lo sperma.
Eppure io me lo ricordo bene. Le pareti di plastica si riempivano lentamente di condensa. Fu così, con crudele stupore, come ho potuto apprendere allora che anche l’ultima delle mosche ha un suo respiro.

 

 

19
Sep
2019

Memorie brevi del Monte Athos

Ritrovo e volentieri pubblico queste memorie brevi di un viaggio a piedi sull’Athos del 2005.

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“Christos Anesti!…” Bussano sempre i monaci verso le 4.30 del mattino. “Christos Anesti!” dicono. Cristo è risorto. Si dice tutti i giorni, un’infinità di volte al giorno, come un augurio, come un saluto, come un mantra nei quaranta giorni dopo Pasqua.

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Ma ora siamo alle porte dell’aurora e se non si risponde dal letto “…Alithos Anesti!” il monaco pazientemente ribusserà dietro la porta: “Christos Anesti!” E’ il segnale che precede la prima messa del giorno, quella che si accompagnerà all’alba, che canterà la prima luce cristallina di maggio sulla Penisola Calcidica. Il Monte Athos è un luogo di regole e la preghiera sta al primo posto. E’ la prima cosa da fare. E’ il primo modo con cui scandire il quotidiano. La prima di tutti i riti possibili in un mondo nel quale il tempo è stabilito dai ritmi stagionali e dalla luce della Prima Stella. La preghiera nel mondo bizantino è soprattutto canto. Si canta bene, armoniosamente, con il gusto del dettaglio, della variazione minimale su un canone che pare eterno, fissato nei secoli dai codici. Sull’Athos si canta allo stesso modo da oltre mille anni, senza stanchezza. Come può esserci stanchezza nella lode del Signore? Il leggendario Ayos Athanasios che nel X secolo fondò i monachesimo atonita arrivò a modificare la pianta delle chiese e le stesse scelte architettoniche dell’epoca in funzione del modo di cantare. Questo per permettere quel meraviglioso sospendersi nell’aria che è il canto bizantino, un modo di sfiorare il cielo, affacciarsi estatici alla rotazione delle sfere celesti e dei pianeti ma rimanendo uomini, esseri limitati di questo mondo, anime sazie per un attimo di armonia contemplativa.

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Solo guardando il mare, dagli spalti elevatissimi del Santo Monastero di Kariès, in un silenzio reso non meno assoluto dal soffio incostante della risacca ho avuto l’impressione effimera che fosse possibile spiegare, capire. Non dico tutto ma buona parte. Siamo anime esiliate. Vorremmo sapere sempre ben oltre quello che ci è dato sapere. Perché siamo esiliate dalla conoscenza assoluta e lo saremo per sempre, inguaribilmente. Non è nei codici musicali allora la risposta, qui li conservano con una cura totale, monacale (manco a dirlo!), con dedizione minuziosa. La sua ombra inafferrabile scorre nel brillare degli armonici di una voce che taglia lo spazio e l’incenso di fronte ad un’icona del Salvatore, che bacia con la devozione del pellegrino i piedi del Bimbo fra le braccia della Madonna della Tenerezza. Perché tenerezza e pietà, per se stessi, ce ne vuole parecchia per sceglire la vita del monaco. Forse fare una qualche rinuncia ad un mondo di polveri sottili, centri commerciali, profilattici colorati e patatine irradiate al cobalto non è poi così difficile. Il difficile è rinunciarvi per una regola, una modalità precisa di vita, una modalità precisa di canto in un mondo dove ci illudiamo di aver conseguito la libertà o, per lo meno, l’illusione di sapere bene di cosa si tratti. La libertà crediamo che sia anche non avere un’idea precisa di cosa essa sia. Demetrio Stratos cantava “Se tu guardi nel passato troverai tutto quanto stabilito e si chiama libertà”.

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Effettivamente questo mi è sembrato di intravedere nello scintillio argentino ed incessante del mare sotto la vigna, proprio questo. Il segno dell’eterna domanda se sia più libertà la regola o l’infrazione della regola, più la perfezione dell’onda o più la spuma che parte in mille direzioni quando l’onda si frange. Non sono io che posso dirlo. I monaci hanno tombe semplici, di pietra e di terra con una croce di legno. Accanto a una sepoltura c’era su un cartello una frase di San Giovanni: Come i fiori marciscono, come i sogni svaniscono così si dissolve la vita dell’uomo. E forse proprio a questo ho pensato sentendo cantare i monaci nella prima luce di un mattino di maggio. Che almeno il canto ci dia l’illusione di spezzare, rallentare, sospendere il ritmo del tempo. Quasi che vi sia una pietà possibile per i nostri cuori di uomini piccoli, soli di fronte al Destino.

 

Ettore Castagna – Karies – Maggio 2005

Foto di Ettore Castagna

 

01
Sep
2019

Hey, guy!

“L’ho visto perché mio padre l’ha sorpassato e io ho guardato in alto, dal finestrino della millecento, ho guardato che mi guardava e ci ho gridato «Cià, compà!» Lui si ha girato in basso dal finestrino di quel camiazzo enorme, grigioverde con la stella usarmy sulla fiancata e mi ha fatto «hey, guy!» e poi mi ha sorriso. Ca ali niguri quando ridono ci si vidanu tutti quei denti bianchi, come i ghiaccioli del bar al lido Georgette”.
Ettore Castagna – Tredici gol dalla bandierina – Rubbettino – Velvet – 2018
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01
Sep
2019

Non hai sparato…

Sì, carabiniere, non hai sparato, hai esitato un secondo in più perché hai visto un ragazzo, solo un ragazzo, uno con i capelli all’aria e la faccia pallida, pochi peli disordinati di barba sul viso. Hai esitato e hai avuto ragione a esitare che era solo uno sventato che gli è salito così di giocare alla guerra per vedere se è vero che oramai è guerra e si ammazza, si ammazza tutti i giorni. Prima si ammazza e poi ci si fa le domande sul per chi, sul per come, sul perché si ha ammazzato. Non lo so come ti chiami ma di sicuro ti chiami ’Cenzo. ’Cenzo… ’Cenzinu&