29
Sep
2021

Ἐρημία/ Eremìa… Il mio prossimo album

243758901_394787575638032_408136771566303894_n

Ἐρημία/ Eremìa… Solitudine
A febbraio 2022 uscirà per Alfamusic il mio prossimo album, Eremìa che in greco classico vuol dire Solitudine. È un certo tipo di solitudine, quella della meditazione, dello sguardo interiore. Si tratta di undici canzoni mie, tre testi in greco, otto in vari dialetti calabresi. Il suono è sopratutto acustico ed è il suono mio. Sono compagni d’avventura moltissimi musicisti da ogni angolo di questo incasinato pianeta: Italia, Usa, India, Marocco, Iran.
Nonostante le tante produzioni discografiche a cui ho partecipato, quelle che ho progettato e diretto, questa è la prima volta che esco col mio nome e cognome e con materiale interamente mio.
Spero che vogliate incoraggiarmi e sostenermi perchè, mi auguro presto, partirà il crowdfounding con ricchi premi 🙂… un vinile… un vinile ed un cd… un houseconcert direttamente a casa vostra… una cena fatta e suonata da me chez vous… vidimu… sentimu… facimu…
09
May
2021

Ogni sabato mattina…

Ogni sabato mattina ho una breve pausa al lavoro verso le dieci. Faccio quattro passi nel quartiere e compro un pezzo di focaccia dal panettiere. No, due pezzi focaccia. Uno per me e uno per quell’amico all’angolo. L’amico che sta all’angolo del panettiere è un ragazzo africano che chiede l’elemosina fin dalle sette del mattino. Ci passo davanti ogni giorno a piedi, venendo da casa e lui è lì. Oramai ci conosciamo ma non ci salutiamo. È una specie di patto segreto. Non lo pretendo il saluto. Non pretendo l’ossequio del mendicante. E lui ci tiene al suo orgoglio di uomo. Sì, siamo d’accordo Alì, siamo d’accordo Mamadou, siamo d’accordo Abdel… Non lo so come ti chiami. Però il sabato mattina lui lo sa che quando esco dal panettiere compro due focacce e capisco che se lo aspetta. “Mi da due euro di focaccia, signora? Me la divide in due sacchetti?” Un euro per me e un euro per lui. Esco dalla panetteria, lo guardo e gli dico: “Tieni amico…” Lui tiene gli occhi a terra, si vergogna ma dice “grasi…” Prego amico, prego. La sua mano nera si gira e mostra il palmo bianco. Poi c’è il bianco del pane e il bianco della mia mano. “Grasi… amico…” Ed è così da settembre. Stamatina fuori la panetteria c’era uno nuovo, il giovane mendicante non si vedeva ma io ho chiesto due pezzi di focaccia lo stesso. Quando sono uscito però il nuovo ragazzo dell’angolo non c’era già più. Mi sono trovato solo con due focacce e nessuna voglia di mangiare, inutilmente, il doppio.

181989428_298493135267477_6671879243876154267_n

 

11
Apr
2021

Proemio di un poema inesistente

Proemio di un poema inesistente
(con tenui rumori urbani in sottofondo)
Ettore Castagna: Testo, Voce, Kythara
Endecasillabi, settenari, quinari, rime del tutto casuali
Sarò sincero:
Non ce la posso fare.
Chi prenderà la croce dell’ascolto?
E chi della lettura?
L’autore ha il suo progetto nella mente.
Chi canta canta
e poi chi sente sente.
Ha la mia musa il muso
nel bel meriggio ombroso
Di un buon viaggio carnal
la bussola vorrebbe
e non intende.
Ha la mia musa il muso e più non sente.
Cantare, cantare, perché? Per cosa?
Non più si canta.
Non più, non più la rosa né la luna
il cammello impedito nella cruna.
Il gatto innamorato non attira
la critica, la logica infernale
di quella gran carretta digitale
che inghiotte il mondo e tutto il suo baccano
fino allo scuro.
Manco dopo il tramonto trovi pace,
il mondo è una metafora interdetta
che non trasporta più significato
ma se vorrai un gelato
pure alle tre di notte
lo scambierai per una monetina
astutamente messa
nel cuore di metallo e di cartone
d’un elettromeccanico Gerione.
Guardando bene ti scorgo nel branco
quando annebbiato e stanco, caro lettor,
cerchi d’allontanarti
verso gl’ippocastani
che fanno frutti amari da mangiare
lungo quel lungo viale.
Cosa rimpiangi?
La meraviglia e l’aureo cortile
d’un autorevole pensier senile?
O l’acume che non è mai abbastanza
delle sinapsi
in giovanil baldanza?
Il disperare certe volte annulla
e aiuta con l’oblio meglio del vino.
Il disperare è una forma suprema
d’ogni progetto ch’abbia una valenza.
Che uno pensa e pensa e pensa
ma poi hai dimenticato l’esca
e lancia dentro l’acqua nuda lenza.
Il bello del sognare
tramonta lungo l’argine. Si perde
quel sentir poco preciso
d’una canzon che passeggiando avverti.
Si mostra assai lontana e non capisci
nelle parole. Che nient’altro conta.
Contano le parole, contano ancor
contano sempre.
La vita assai ritarda,
l’amor non ci riguarda.
Non so tante canzoni e canto come
mi fece capace la mia gola forse.
Canto quel gran piacer ch’è nel racconto.
Canto mondi scomparsi, altri mai visti
nei sogni disprezzati degli artisti
dentro periferie del mondo sperso
nell’universo.
Versi occultati all’occhio digitale
nascosti nell’ascella al zappatore
avvolti dentro al fischio del vapore
oppur dentro del mirto, del lentisco
del giovin futuribile assertore
di nuove civiltà, di già passate
nella discarica dimenticate,
di quell’erba di cui non t’eri accorta
perché la nonna è morta.
E chi se lo ricorda più come si chiama?
Il fiore ti dicevo
e non la nonna.
Canto quasi contento della luce
fioca, fioca, sfuggente
con la soddisfazione, col sorriso
dell’ombra che trascorre.
Se la colomba osserva, non ci crede
che il nero passi e lesto si trasformi,
segni la pietra lungo il marciapiede
e poi si perda ancora.
Dove va l’ombra? Tu lo sai? E come?
Sotto la pietra nutre lo scorpione
e, oltre, inghiotte sempre casualmente
l’appunto caduto dalla tasca
perché hai dura cotenna
e insisti con gli appunti scritti a penna.
Eppure io vedo sole a sufficienza
Io vedo sole che genera l’ombra.
Il sole ha forza indomita se vuole.
Ancor non ho deciso le intenzioni.
Lanciarmi in un proemio,
è un’apertura dotta
ma pasta scotta e amido assai incerto
per il lettore esperto.
Faccio una cosa vecchia come fosse
quella più nuova al mondo.
Io dalla rima sciolgo ogni parola
e faccio come non avesse rima.
Un’opera garbata disegnare.
Un’opera garbata voglio fare.
Qualcosa che richieda
finzione e amor in equilibrio sghembo.
Ché l’equilibrio trovalo al mercato
dietro un codice a barre
Com’è nient’altro nella vita amare,
tanto bello cercare
in prosa, in rima,
a monte, a china
frivoli fatti e disperati e ameni,
tragedie seminate nella roccia.
E non c’è goccia
che le faccia trascendere in un seme
di quei semplici fiori,
che sono una fatica all’oggidì
pure agli insetti, di trovarli vivi.
Le angosce, le paure senza freni
e senza luminanza
a un cuor selvaggio sono come il muro.
Sarò sincero:
Non ce la posso fare.
Chi prenderà la croce dell’ascolto?
E chi della lettura?
L’autore ha il suo progetto nella mente.
Chi canta canta
e poi chi sente sente.
Ha la mia musa il muso
nel bel meriggio ombroso
Di un buon viaggio carnal
la bussola vorrebbe
e non intende.
Ha la mia musa il muso e più non sente.
Ettore Castagna © – 11 Aprile 2021
01
Feb
2021

Il Valore della Solitudine

Questa è una storia di molti anni fa che stasera mi torna in testa.
Una storia fatta di minime storie sul valore della solitudine.
Cosmas mi insegnò il valore della solitudine.
A me che credevo di saperlo e non sapevo nulla.
«Io sono un monaco… un monaco, capisci?… Lo sai il greco? Che vuol dire mónachos? Colui che è solo. E per stare da solo devi essere un fanatico e io sono un fanatico. Sono sempre stato un fanatico…»
Cosmas era un estremista di Dio e, grazie al suo estremismo, San Giovanni Theristis riemerse dalle macerie. Io come tanti me lo ricordo quel tempio come un cumulo di pietre e poi me lo ricordo ricostruito e con gli affreschi.
“La vostra bontà è come una nuvola del mattino, come la rugiada del mattino, che presto scompare (Osea 6:4)”
Era un pomeriggio dell’estate meravigliosa della ionica. Era bello sentir cantare nella nebbia candida dell’incenso. Poi sentir dire i salmi in italiano perché c’ero io.
«Mi piace questa traduzione Cosmas. Ne avete una copia al monastero? Vorrei comprarla…»
Non me l’hai fatto comprare, Cosmas. Hai preso quell’ultima copia con due o tre pagine scurite di gocce di cera piovuta da sotto qualche icona. Hai preso quell’ultima copia e senza smettere di cantare me l’hai messa in tasca.
Hai fatto un’enormità da solo. In anni e anni sei riuscito a convincere il mondo a riedificare un tempio bizantino per com’era. Lo hai fatto lavorando da monaco, col silenzio, con la preghiera continua ed esicastica come sul Monte Athos.
Lo hai fatto nell’ingratitudine dei politici, dei tuoi stessi confratelli ortodossi, di molti calabresi, italiani e greci.
145399747_235385464911578_3683866561617392916_n
Hai fatto tutto da solo.
Eri quasi sempre solo quando ti venivo a trovare. Al massimo con Giancarlo. Ma non ti tiravi indietro.
«Non mi dire che ascolti Alice Cooper!»
«No, Cosmas… Ti sembro uno che potrebbe sentire Alice Cooper?»
«Meno male, non gradisco quelli che sentono Alice Cooper»
«Vuoi sapere quello che sento io? Non te lo so dire… sento un po’ di tutto…»
Sapevi che mi piace la filosofia e mi mostravi col dito il mistero di Platone che era un pagano ma compariva su un’ icona cristiana appesa in fondo alla chiesa.
La mia assoluta allergia alla religione Cosmas la accettava, gli bastava il mio interesse per la spiritualità.
La spiritualità e le sue mani nelle mani dietro la schiena, i suoi occhi a terra, il suo passeggiare lento verso qualche ulivo attorno al monastero.
Da solo, poi, hai affrontato l’umiliazione, l’esclusione da San Giovanni, quella stessa ingratitudine, quell’invidia insanabile verso la forza morale indistruttibile della tua solitudine.
La solitudine del monaco.
Hai fatto anche la morte sola del monaco, sul Monte Athos. Nella lontananza, escluso a forza da tutto ciò per cui avevi lottato.
Poche settimane prima che ti rispedissero in Grecia mi convincesti a fare una conferenza sulla lira nella cultura bizantina esattamente davanti all’iconostasi.
Ascoltavi, andavi e venivi. Alla fine ti chiesi perché.
«Perché me l’hai fatto fare?»
«Perché pure tu sei un fanatico a modo tuo».
Sì ma incapace della grandezza della tua solitudine
“Si spanda il mio insegnamento come la pioggia, stilli la mia parola come la rugiada, come la pioggerella sopra la verdura e come un acquazzone sopra l’erba” (Deuteronomio 32:2)
25
Jan
2021

E scusate la precisazione…

Cari Amici che oggi scoprite che esistono canzonette di ‘ndrangheta in Calabria perché qualche giornalista si è svegliato tardi,
scusatemi il passaggio “immodesto” ma vi faccio presente che sono stato il primo ad occuparsene in modo organico e non episodico con un tentativo di riflessione etnografica nel 1984 e poi nel 1986 con la mia tesi di laurea. Aggiungo poi che dal 1986 il compianto Roberto Leydi mise a disposizione il suo archivio e diede indicazioni a me e Pasquale Greco per una ricerca e classificazione di quello che esisteva fino a quel momento in vista di una pubblicazione che , purtroppo, non vide mai la luce. Negli anni successivi ciclicamente qualche giornalista ha “scoperto” il problema. Successivamente, negli ultimi decenni in ambito scientifico qualcuno ha cercato di referenziarsi come studioso del fenomeno ma lascio la valutazione ai posteri. Se poi salterà fuori qualche altro studio organico antecedente al mio mi farà piacere ma continuo a fare presente che la ricerca preliminare inizió nel 1981. Passati vari anni, il mio lavoro è continuato e dopo vari articoli finalmente nel 2010 ho pubblicato “Sangue e onore in digitale” sull’immagine contemporanea della ‘ndrangheta anche in altri ambiti oltre quello musicale.142719136_10224551934095501_8298501428890531270_o
Fra un’indignazione e l’altra, magari andatevelo a leggere. Oltre il parterre etnografico, qualche riflessione onesta dentro la troverete…
Di tutto questo volume, che ha oramai dieci anni, forse il solo capitolo sul cinema andrebbe oramai aggiornato ma il resto ha ancora qualcosa da dire.
PS Ad onor del vero Sharo Gambino del 1975 scrisse un capitolo sul tema in “Mafia, la lunga notte della Calabria” ma io mi riferisco a ricerche strutturate. Sono due cose che considero diverse.
26
Dec
2020

Io, Muccino e la Calabria

Il 22 ottobre ho pubblicato su Facebook il seguente  lunghissimo post con qualche chiosa  sullo spot turistico sulla Calabria di Muccino.
Il post, che voleva essere solo una riflessione del tutto personale, ha assunto una inattesa viralità con varie migliaia di like e condivisioni. Per dovere di cronaca lo riporto “antologicamente” sul mio blog in questa chiusura d’anno.
122452737_172213691228756_243990435793485734_n
Caro Muccino,
era il 1992 e qualcuno mi scattò questa polaroid al Liceo Artistico di Bergamo. Da lì a poco mi sarei licenziato da professore. Volevo rientrare in Calabria per fare il giornalista. Il mio preside (napoletano mi pare) di allora mi disse: “Castagna lei è pazzo… Lei è il primo meridionale statale al Nord che si licenzia per andare a fare il privato al Sud”. Mia madre sapendo che rinunciavo alu posticeddu si rivolse alla Madonna senza successo. La mia testa non cambiava. Mi divorava la Nostalgia. Volevo cambiare il mondo e, sopratutto, la Calabria.
Così ho provato a fare e mi sono licenziato.
La Calabria non mi aspettava e non mi accolse a braccia aperte. Passai otto anni ad accorgermi che la Nostalgia è un sentimento perfido che fa vedere le cose come non sono mai state. Proprio a noi che le abbiamo vissute.
Riesce a migliorare anche i brutti ricordi o le tristezze più taglienti. Come fanno le Ricordanze di Leopardi.
Non è la Nostalgia che ci salverà. Ma, forse, la Memoria. Magari è il caso di ricordare che le cose hanno lati belli e brutti. Che esiste l’amaro e il dolce. Che ognuno di noi è accompagnato, come dice il Corano, da un Angelo del Bene e un Angelo del Male.
Correva il fatidico duemila e rinunciai alla Calabria per ricondurmi al Nord. Il mio rivoluzionario lavoro calabrese non mi dava da vivere. Mi aspettava qualche anno di libera professione e, poi, tornare a fare il professore. Mi sarei di nuovo fatto fregare dalla Scuola e poi dall’Università…
La Nostalgia da una parte mi aveva fottuto e dall’altra mi aveva dato un’opportunità per conoscere meglio me e la terra dove sono nato.
Caro Muccino, tu non leggerai mai questo post ma, se caso mai, proprio ora,mi leggessi staresti pensando: “… ma questo… che dice?… Questo che vuole?”
Dammi tempo, amico mio.
La Regione Calabria ti ha commissionato un corto con una mission. Rappresentare la Calabria al mercato del Turismo. Si tratta di un mercato del sogno. Dove il sogno è acquistabile più o meno a buon mercato. La Nostalgia è una leva potentissima in questo mercato. Sopratutto la Nostalgia verso quello che mai si è vissuto. La Nostalgia dell’autenticità che è in vendita tutti i giorni sui banchi dei supermercati di tutto il mondo.
Per questo motivo, artisticamente parlando, entrare dentro la Nostalgia è un fatto da grandi. Non è affare per piccoli. Il cinema è pieno di esempi più che mirabili. C’è una immensa, abissale differenza fra la nostalgia del professor Castagna (e dei suoi sogni rivoluzionari) e la nostalgia cinematografica processata in qualcosa che non si è mai visto da parte di qualcuno estraneo ai luoghi.
Eh, già… Parliamo di musica…
Conosci “Canciòn Mixteca”? C’entra con la colonna sonora di “Paris Texas” di quel colosso di Wenders, suonata da quel colosso di Ry Cooder.
Non sono entrambi mixtechi ma hanno capito, in questa canzone, l’essenza della Nostalgia. Non citiamolo tutto il testo ma solo la prima parte. Chi canta si sente lontano dal “suelo” dove è nato. “El suelo”, il suolo. Qualcosa di meno immaginifico e polisemico della parola “terra”. Suolo… Pare una cosa edilizia ma c’è un legame. Esiste un legame con quel suolo, recidendo il quale, il mondo è tristezza e solitudine. È una tristezza dolce per la quale vale la pena di morire di “sentimento”.
Qué lejos estoy del suelo
donde he nacido
Inmensa nostalgia
invade mi pensamiento
Al ver me tan solo y triste
cual hoja al viento
Quisiera llorar
Quisiera morir
de sentimiento
Non mi interessa, illustrissimo, che tu abbia “interpretato” al tuo modo questa famosa Nostalgia del mai visto e del mai vissuto. Questo è del tutto legittimo. È artistico, direi. Con finalità commerciali? Anche questo potrebbe essere legittimo in un lavoro su commissione. Mi fa sorridere l’approssimazione da Sicilia Minore con la quale hai rappresentato la Calabria di fronte a un possibile pubblico estraneo. Sembra il corto di un fratello scemo di Tornatore (che scemo non è per nulla). Costruisci una nostalgia di cose autenticamente improbabili, irreperibili, invisibili. Come due personaggi seduti al centro di una piazza a commentare con un accento inesistente degli atteggiamenti da innamorati improbabili sotto una luce solare irrealisticamente cinematografica.
Parlando in (davvero) grande, tu non sei Ulisse e non sai il dolore del ritorno per un’Itaca ben conosciuta.
Parlando in piccolo, tu non sei Castagna e non sai il dolore del ritorno verso il cemento e gli ulivi del Rione Stadio, Catanzaro.
Tu sei un regista che deve indurre nostalgia nel turista. Per ragioni promozionali e commerciali. La famosa nostalgia del mai conosciuto che muove il mercato delle visite, degli alberghi e delle spiagge. Cerchi di provocare la nostalgia di un tempo andato, garantito in un presente della periferia italiana, in un pubblico da prima serata di Rai Uno.
Ma lo hai fatto senza scrittura, senza simbolo e senza valore.
La mano di lui sulla coscia della protagonista in uno dei primi take del corto non è erotismo, è una sciatteria comunicativa.
La Calabria non è testosterone misto a un paesaggio rurale da pubblicità del Mulino Bianco nonché un mare verde di Criptonite dove nemmeno Superman potrebbe bagnarsi.
Non attacca. A chi la vuoi vendere questa Nostalgia, Muccino?
Il cliente certamente comprerà una più credibile e stereotipa nostalgia per i Caraibi, per Hammamet, per le Canarie, per Napoli e per la Sicilia.
La Calabria è, certe volte, bellezza per il turista e, spesso, amarezza, per il nativo. Ma tu di questo non hai saputo rappresentare nulla.
Scrivimi in privato. Che lo story board te lo rifaccio io. Gratis.