07
nov
2017

Suonerò a World Press Photo – Torino 10 Novembre

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Sonorizzazione etno-acustica live, ideata in maniera esclusiva per gli ambienti espositivi della prima edizione del World Press Photo di Torino. La performance musicale sará incentrata sull’uso di oltre 20 strumenti etnici e tradizionali, in bilico tra musica meditativa e rituale, trance e ambient.

il progetto si fonda su un percorso di musica etnica meditativa acustica.La traccia ispirativa proviene dalle varie culture del mondo ma ha un importante riferimento nell’antico patrimonio Italiano e Mediterraneo. Scale, timbri, modalità esecutive rimandano a mondi antichi ma assolutamente contemporanei nelle possibilità emozionali ed evocative.

Gli strumenti sono sopratutto corde, fiati e percussioni dal bacino del Mediterraneo e dal Medio Oriente. Il duo ripropone in particolare le timbriche ancestrali degli strumenti del Sud Italia (chitarra battente, lira, doppi flauti, flauti, armonici, tamburi a cornice) che si uniscono alla profondità arcaica della Kythara della Magna Grecia sino alle percussioni e ai plettri dalla Turchia, dall’Africa, dall’India.

Simone Campa – Musicista, percussionista, direttore artistico, attore e performer, ricercatore.
Fonda nel 1999 la Compagnia Artistica La Paranza del Geco di Torino, di cui è direttore artistico e musicista, con cui si esibisce in tutta Italia ed in Europa, Africa e Medio Oriente. È attivo in ambito teatrale curando, dirigendo ed interpretando musiche di scena e sonorizzazioni con percussioni e strumenti musicali acustici. E’ inoltre ideatore e direttore artistico del primo festival di musica e cultura pugliese del Piemonte Torino Attarantàta. Si è esibito in Belgio, Grecia, Portogallo, Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera, Olanda, Polonia, Egitto, Montecarlo, Turchia, Marocco, Montenegro, Senegal.

Ettore Castagna – Si interessa di antropologia culturale, giornalismo, etno-musicologia, letteratura. Fin dal 1980 si interessa della lingua, della cultura e della realtà dei greci di Calabria coordinando progetti di animazione territoriale e recupero attivo della memoria storica. Significativa, come antropologo, la sua esperienza di ricerca “sul campo” e di documentarista sin dai primi anni ’80; quella, variamente articolata, nel mondo della comunicazione, del giornalismo e dei media e l’attività didattica nell’Università, nelle scuole statali, nell’Accademia di B.A. ed in altre tipologie di corsi professionali, seminari, stages, etc Trentennale infine l’esperienza di musicista nell’ambito etno-acustico pima con i gruppi di World Music Re Niliu, Nistanimera, Antiche Ferrovie Calabro-Lucane. Ettore Castagna ha ideato e diretto il festival Paleariza dal 1997 al 2010 e dal 2013 al 2015.

Prenota il tuo posto in prima fila su http://www.worldpressphototorino.it/prenota-con-lancia

09
ott
2017

“Del sangue e del vino” The Endless Tour

 

Reflex

(Quasi) tutte le date di “Del sangue e del vino” Endless Tour!
Altre ne arriveranno…
Il calendario è sempre provvisorio

(Nel senso che le date che ci sono sono sicure ma che altre possono aggiungersene)

7 ottobre – Circolo Arci Adua , Rho (Milano) – Ore 19.00

3 novembre – Libreria Palomar, Bergamo – Ore 18.00

4 novembre – Il Vino e le Rose, Momperone (AL) – Ore 20.00

11 novembre – Il Piccolo Principe, Fiumicino (RM) – Ore 21.00

13 novembre – Liceo Classico Tasso, Roma – Ore 10.00

7 dicembre – Osteria Letteraria Sottovento, Pavia – Ore 20.00

8 dicembre – Club 55 Pigneto, Roma – Ore 21.00

9 dicembre – Sala S. Maria degli Angeli, Campli (TE) – Ore 18.00

10 dicembre – Sala Allende, Nereto (TE) – Ore 18.00

14 dicembre – Cinema Arsenale 2, Pisa – Ore 18.30

16 dicembre – Museum Shop&Bar, Napoli – Ore 21.30

17 dicembre – Symposion (Ristorante Greco), Roma – Ore 18.00

27 dicembre – (Data in via di definizione)

28 dicembre – Senigallia – Gratis Club – Ore 21.00

29 dicembre – Frosinone – Interno 36 – Ore 18.30

 

25
set
2017

Tempi Lenti… un video del 2004

Riemerge oggi dal mio archivio “Tempi Lenti”, un video del 2004 ma che qui vi propongo nella versione estesa (e inedita) del 2005.

Tempi Lenti è costituito da “foto in movimento”. Si tratta della sezione audiovisiva di una mia mostra fotografica tenuta a Salonicco (Grecia) nel 2004 “Magna Grecia, To Sinertima ce to Pigadi / La Memoria e la Fonte – Materiali di Antropologia Visiva”, dal 2 al 22 febbraio 2004, Ass. Cult. LEFKITH.

Immagini girate in Calabria fra il 2000 e il 2003. Riprese e montaggio di Ettore Castagna ©

 

 

07
set
2017

A beneficio dei miei lettori. Terza puntata. Come fu che il piccolo Castagna conobbe il grande Rohlfs

Racconto tratto da:

Ettore Castagna e Salvino Nucera, Sette Canzoni Orientali, Giuseppe Pontari Editore, Reggio Calabria, 1999, n.82 pagg

Rohlfs

Nell’autunno del 1976 avevo appena compiuto sedici anni, ero alto 1,78 e pesavo circa cinquanta chili. Praticamente tutto pelle, ossa ed un’enormità di capelli.

Alu mundu tuttu è possibila – dicevano i miei compagni di classe – tranna n’ominu ‘ncinta e Castagna zassu (“Al mondo tutto è possibile, tranne un uomo incinto e Castagna grasso”). L’incrollabile assunto della mia magrezza cadde vent’anni dopo ma a quel tempo essa sembrava intramontabile. Faustino, uno dei miei compagni di classe, aveva da poco comprato una vespa 50, quella che si poteva portare con i quattordici anni compiuti ed ero, forse per le mie doti di leggerezza ed aerodinamicità, il suo secondo favorito.

Il Liceo Classico di Catanzaro era, in quegli anni, una vera scuola degli anni ’70: Casinista, protestataria, c’erano frange molto politicizzate. Non saprei dire cosa rimane oggi di quel modo di vivere la giovinezza ma poi questo, come si potrebbe dire, sarebbe un altro viaggio.

Sta di fatto che una mattina di ottobre, a scuola, la nostra nuova insegnante di Greco, Velia Critelli, ci disse che a Catanzaro sarebbe venuto per una conferenza l’eminente professore Rohlfs e ce lo presentò nei dettagli della sua giusta fama.

Io non so esattamente cosa scattò in me e Faustino. Qualcosa scattò. Sta di fatto che quello stesso pomeriggio decidemmo che andavamo a trovare Gerhard Rohlfs e che nulla poteva trattenerci.

Partimmo, sul vespino nuovo nuovo di Fausto che aveva anche il blocco dell’accelleratore per il rodaggio. Venti all’ora circa come massima velocità di crociera seppur con due leggeri studentelli a bordo.

Non era freddo ma pioveva e noi dovevamo andare a Copanello. Rohlfs alloggiava all’hotel “La Baronessa”: un sito splendido su una scogliera magica che oggi è un parco naturale ed un museo.

Non si capiva cosa ce la facesse fare a tutti e due sul vespino, a venti all’ora (che poi erano dieci perchè Faustino guidava da poco ed era prudente), sotto la pioggia battente e con l’abbigliamento quasi estivo per l’ottobre calabrese ancora caldo. Nulla riuscì a fermarci.

Dopo almeno un’ora e mezza per fare quella trentina di chilometri spuntammo sul piazzale de “La Baronessa”. Fu così che i camerieri videro comparire due pulcini bagnati dal portone. Io avevo gli occhiali pieni d’acqua e rischiavo continuamente di inciampare. Chiedemmo del professor Rohlfs. Vedendo i soggetti un po’ bizzarri il cameriere si preoccupò di non disturbare l’eminente studioso e cercò di dissuaderci. Mentre ci arrabbattavamo a spiegare “che sì, che no, che siamo due studenti del Liceo Classico di Catanzaro…” giunse una voce dal fondo della sala, da un un tavolino un po’ in disparte: “Avanti, avanti… li lasci pasare per favore… Sì, li lasci pasare e ci porti quattro tè!”

Un signore anziano con la faccia rossa rossa ed i capelli bianchi ritti in testa aveva parlato così e con un accento un po’ tedesco. Accanto a lui un ragazzo alto alto con gli occhiali, camicia e cravatta. Erano entrambi in piedi ed il ragazzo ci mostrava gentilmente le sedie di fronte a loro invitandoci a sedere con lo sguardo.

… e chissu esta Rohlfs?” Mi chiese Faustino con un filo di voce, quasi deluso e sgomitando lievemente verso di me.

“... e cu volivi, Cary Grant?” Risposi ridacchiando sotto i baffi.

Ci aspettava una calda teiera fumante sul tavolinetto e la scena, vista da fuori, doveva essere spassosa. Da una parte due intellettuali tedeschi seri e compassati, dall’altra due studentelli calabresi bagnati fradici di pioggia e molto imbarazzati.

Fausto taceva. Io mi presi di coraggio e dissi: “Studiamo al Classico, a Catanzaro… la nostra professoressa ci ha parlato dei greci di Calabria…”

“Ah… i greci di Calabria, magnifico! – irruppe Rohlfs – Cosa sapete dei greci di Calabria? Dove vifono sulla costa o all’interno?”

Io iniziai a sgretolarmi, avevo beccato un altro che mi faceva l’interrogazione. Ma stavolta al pomeriggio e fuori scuola. Doveva essere una trappola. Comunque, non lo sapevo e tirai a indovinare: “…sulla costa, credo…”

“Sbagliato! – ridacchiò Rohlfs – sono nell’interno…”

Stavo iniziando a pentirmi di quel viaggio sotto la pioggia ed iniziai ad arrossire. Ma Rohlfs dovette avere pietà di me e Faustino e ci invitò a bere il tè ed a prendere qualche biscotto. Poi iniziò una dotta spiegazione che ascoltammo a bocca aperta capendo molto poco. Il limite, purtroppo, era tutto nostro.

Alla fine ci regalò una pagina autografa del suo vocabolario e ci disse che avrebbe parlato a Catanzaro al Circolo Unione due giorni dopo… “Venite a sentire…” e noi annuimmo subito vistosamente. Oramai eravamo “amici” del grande Gerhard Rohlfs.

30
ago
2017

A beneficio dei miei lettori. Seconda puntata. Il mistero degli armeni lontani dal Caucaso

In “Del sangue e del vino” è Papajanni, un tappetaio armeno, a parlare del senso del Destino a Dimitri… Non ho inventato io la presenza degli armeni in Calabria. E’ una delle tante presenze in questa regione crocevia. Un popolo di guerrieri cristiani che arriva sullo Jonio da una provincia remota, all’ombra dell’Ararat, di un Caucaso dalle altezze impossibili visto dalle dolci colline a ridosso del Mediterraneo, fratelli fra i fratelli dentro uno sconfinato Impero Bizantino.13769345_545970325608660_6468359283106192930_n

(Rocca degli Armeni – Foto di Antonio Cuzzilla)

Rocca Armegna, Rocca Armenia, Rocca degli Armeni… in provincia di Reggio Calabria … A più di cento metri sul livello del mare un monolite di arenarie compatte porta su di sé dei ruderi secolari, sono quasi dei frammenti di un castello imponente fiaccato da una serie di terremoti e poi distrutto. Sotto con un dislivello molto pronunciato è adagiato quel che resta  di Bruzzano Vecchia. E’ questa la Rocca calabrese degli Armeni? Pare di no. Gli archeologi dicono che il toponimo sulla cartina è esatto ma che l’insediamento armeno vero e proprio sorgeva poco più a nord-est di quello che conosciamo oggi che fu abbandonato in seguito al devastante terremoto del 1907. Esso era a ridosso di Santa Domenica, dove sorgeva Bruzzano nel 925, distrutto dagli arabi, guidati da Abu Ahmad Gafar Ibn Ubayd. Ad ascoltare quanto si racconta sul territorio, dopo i plurimi crolli per la sequenza di terremoti che colpirono  Bruzzano, i superstiti si divisero fra quella che sarà Ferruzzano, altri intorno al monolite di Rocca Armenia. La presenza degli armeni in Calabria si legge solo attraverso la traccia archeologica. Non vi sono altri tipi di segno lasciati sul territorio della regione se non alcune croci, alcuni pavoni incisi nelle rocce di alcune chiese rupestri del Basso Jonio reggino. E poi alcuni toponimi, alcuni antroponimi, altri resti archeologici di insediamenti… Infine il fascino irrisolvibile di quella grotta oggi discarica che assomiglia a una chiesa rupestre armena ai piedi del monolite della Rocca. Questo rimane di una presenza che dovette essere forte. La ragione vera di questa migrazione è incerta. Contingenti militari spostati a guardia del Thema tis Calavrias dal Serenissimo Imperatore di Bisanzio? L’epoca è remota e oltrepassa i mille anni. Altre derive storiche parlano di probabili profughi che a partire dall’ottavo secolo cercarono rifugio dalla pressione turca ai confini opposti dell’Impero Bizantino, nel Mediterraneo, per contrastare il pericolo che poteva arrivare dalla Sicilia araba. La vallata di Bruzzano fu teatro di guerre dal respiro molto ampio, che riguardavano gli equilibri dell’intero Mediterraneo. Pare che nell’862 il Wali di Sicilia, Ab-Allah Ibn Al-Abbas dopo aver occupato varie rocche bizantine in Sicilia pensò di distruggere anche Qalat-Al Armanin (la Rocca degli Armeni), secondo quanto riferisce un testimone arabo, Al-Aktir. La comunità distrutta trovò la forza di ricompattarsi ma come abbiamo già detto più sopra, nel 925 subì un nuovo massacro. L’arrivo dei normanni nel 1060 porrà fine a questa serie di devastazioni unificando in un’unico regno meridionale Sicilia e Calabria. Non fu una pace del tutto positiva per quelle genti di cultura orientale che abitavano l’area, armeni, greci, ebrei … ma questa, come sempre si dice, è un’altra storia.

20
ago
2017

A beneficio dei miei lettori. Prima puntata. Io nel pensier mi fiction.

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Il mio romanzo ha molte anime e, forse, non ne sceglie nessuna. C’è il romanzo storico, la tragedia e la commedia, un po’ di thriller, l’avventura e il magico. Insomma tutto ciò che ha costituito il divertissement dello scrittore. Questo perché la scrittura non è solo controllo, tecnica, disciplina, officina ma anche gioco, emozione, allegria e pianto. Scrivere, insomma, è un piacere e tale spero resti per me per sempre.

L’incubazione di “Del sangue e del vino” è stata particolarmente lunga. Era nato inizialmente come romanzo storico. Poi moltissimo altro vi è diluviato dentro. Ricordi, emozioni, etnografie, immaginazioni, sogni e desideri. Per tutto quanto viene citato di storico nel testo mi sono sempre posto il problema della coerenza. Il vero doveva essere vero insomma e la fiction doveva essere fiction. Poi scrivere ha significato trasferire la visione sulla carta (virtuale o meno che essa sia) e le prospettive hanno iniziato a cambiare. Lo scrittore di un romanzo storico, prima o poi, si accorge degli errori storici che commette. La cosa affascinante è perché li commette e poi perché li corregge oppure perché li lascia in bella evidenza. I celebri errori commessi nella stesura de Il nome della rosa da Umberto Eco (il violino, i peperoni e la zucca che nel medioevo europeo non c’erano) non furono vissuti in maniera pacificata dall’autore che arrivò a correggerli trent’anni dopo e dopo aver venduto milioni di copie.

Walter Scott dimostrò molta più non chalance di Eco consegnando alla posterità alcuni anacronismi. Ivanohe si svolge nel 1194 eppure ha per personaggi un frate francescano il cui ordine ancora non esisteva, un cavaliere templare che duella col sultano di una città allora bizantina (Trebisonda), Robin Hood che ruba una tabacchiera e il tabacco nel medioevo europeo era sconosciuto.

Se il lettore si vuole divertire ancor di più basta curiosare un po’ nel web intorno agli errori e alle invenzioni contenute nel Codice Da Vinci. E’ decisamente impossibile che Brown non si sia confrontato col problema della veridicità assolutamente improbabile di quasi tutto ciò che scrive in una affascinante minestra impossibile di templari, simbolismi gotici, pentacoli e femminile misticizzante. Per cui, con grande dolore dei sostenitori di un romanzo storico perfettamente scientifico, dobbiamo pensare che Brown si sia piaciuto proprio così.

D’altra parte vorrei oltraggiosamente osservare che pure l’insospettabile Manzoni fa entrare in scena una Gertrude che all’epoca dei (suoi) fatti doveva avere cinquant’anni e non venticinque e che fa convertire l’innominato alias Bernardino Visconti nel 1629 e non nel 1615.

Anche nel mio romanzo vi sono degli errori. Forse meno di pochi. Ovviamente non ve li elencherò tutti ma vi lascio il piacere della scoperta. Non si tratta certamente di refusi e simili ma di quelli di natura “scientifica”. Storici in questo caso. Alcuni lettori me ne hanno segnalato uno che sembrerebbe proprio evidente. Ho già risposto, quasi sibillinamente, che la sua stessa evidenza dovrebbe essere un segnale interessante di per sè ma poi mi sono mosso, a beneficio del lettore, verso queste brevi note.

A un certo punto vi è un intervento di soldati spagnoli e siamo già al principio degli anni dieci del Settecento. In realtà il Regno meridionale era sotto un vicereame austriaco già dal 1707 destinato comunque a durare pochi anni. Come mai il nostro Castagna fa entrare in scena gli spagnoli proprio in quel momento “sbagliato”, fuori dal calendario storico reale?

Iniziamo col dire che è una consapevole ucronia. L’intero romanzo si costruisce su una data iniziale che è il 1668. Quasi al termine della sanguinosa Guerra di Candia, due profughi cretesi sbarcano in Calabria. Parte così questa saga di tre generazioni che culminerà tragicamente alcuni decenni dopo. A quel punto lo scrittore doveva decidere che tipo di personaggi utilizzare per l’affresco finale. Ripensare tutto lo sviluppo temporale e cronologico per proporre improbabili gendarmi austriaci, nuovi padroni dell’Europa, legittimati dalle date della Storia oppure presentare sulla scena soldati spagnoli demotivati, stanchi, male armati, autorevoli Sancho Panza, rappresentanti estremi di un impero all’irreversibile crepuscolo? E’ più affascinante Ombre Rosse o il west decadente dei fratelli Cohen? Ognuno ha i suoi gusti ma io ho preferito l’intervento spagnolo. Se Quentin Tarantino può permettersi di reinventare la morte di Hitler in Ingloriuous Basterds (prego notare che il nostro storpia pure il bastards nel titolo), permettetemi, nel mio piccolo, di poter alterare di tre o quattro anni il calendario storico del Mediterraneo dell’oramai remoto XVIII secolo. Io nel pensier mi fiction.