18
ott
2019

Calypso, quella canzone che piace magari a tuo figlio…

C’era un gioco disperato che facevo da bambino. È passato mezzo secolo oramai ma gli alimenti industriali c’erano già come oggi. Peggio di oggi. Il formaggino Bel Paese te lo vendevano dentro un barattolo di plastica circolare. Un innocuo tronco di cilindro con qualche microscopico foro sul coperchio. Per consentire la decompressione durante la chiusura. Ne mangi uno e metti da parte l’altro in frigorifero. Guarda come si conserva bene. Guarda com’è intelligente la Galbani.
Noi, con la crudeltà dei bambini, ci rinchiudevano dentro le mosche. Una o due. Una prigione trasparente per osservare la morte lenta dell’insetto. Per inedia, per fatica di volare sbattendo contro la plastica, per soffocamento.
Le pareti si riempivano lentamente di condensa. Ed io le osservavo morire. Le mostravo come trofeo ad altri infanti uniti nella ferocia del soffocamento della mosca, della crocefissione della lucertola, dell’uccisione dei passeri con la fionda.
Forme di ferocia analogica obsolete oggi che anche la crudeltà si è fatta digitale.
Non so quanto mi sarei soffermato su questa canzone se il mio amico Pietro non me l’avesse mandata per email e mi avesse detto leggiti il testo.
Hanno un testo le canzoni di oggi?
Lo hanno per noi della vecchia guardia che giudicavamo gli autori dall’impegno?
Battisti era fascista perché era disimpegnato. Battisti non è mai stato fascista. Era solo un genio hippie. Solo che noi ci credevamo e i fascisti pure. Oggi lo consiglio a mia figlia, ieri mi rifiutavo di ascoltarlo.
Ripetiamola questa domanda: Hanno un testo le canzoni di oggi?
Sì, ce l’hanno. Ce l’hanno indipendentemente se a noi piace o non piace, indipendentemente da quanto sono commerciali, disimpegnate, innovative, conservative, banali, ripetitive.
In questa canzone ritorna l’ossessione del vuoto del cuore e del suo smarrimento.
Io non so più dove ho messo il cuore
Dov’è il tuo cuore ragazzo? Nel mondo diseducato della competizione fine a se stessa che ha creato la scuola italiana inseguendo le ossessioni malate di un capitalismo psicopatico? Oppure nella pedagogia dello smartphone che è la tua unica e ultima speranza in un mondo di genitori e adulti che non hanno nulla da dirsi e nulla da dirti?

Forse non l’ho mai avuto
Forse l’ho scordato
Dentro ad una ventiquattrore
Ma non mi ricordo dove

Si tratta di un movimento totale, generale di rimozione dell’emotività iniziato da ben prima che tu nascessi, iniziato da ben prima del digitale. Dopo l’ubriacatura dell’immaginazione al potere degli anni ’70 del secolo scorso, la mano è passata ai compagni di scuola di Venditti. L’entrismo in banca ha vinto. Anzi le banche sono entrate in noi inoculandoci carte di credito, codici a barre, ipermercati.
La rima principale è divenuta cuore/consumatore. Cuore/amore che era in obsolescenza non è stata più rinnovata.
La canzone giustamente recita “Forse non l’ho mai avuto”. Mi sembra ragionevole. L’uomo è un animale culturale. C’è un patrimonio composto di incomprensibili definizioni greche (ethos, eidos, ethnos, logos…) che il vostro orizzonte culturale doveva passarvi e non vi ha passato. Che non è stato né capace né intenzionato a passarvi. Il cuore è oramai solo un’icona smart, un segno grafico per Whatsapp, per Tinder, per Instagram.
Sfera ben definisce l’apparenza dell’attesa di un’epifania del sacro. Un’epifania destinata a non manifestarsi poiché il sacro possiede un orizzonte che è stato disintegrato. Talvolta cassaintegrato.

La gente aspetta i miracoli
A braccia aperte, sì, come i tentacoli
Spera che risolva tutto il Signore
Ma non è così
No no, no no

Il miracolo non vi sarà senza nessuna forma di spiritualità. Il Signore è un’icona smart la cui efficacia è dettata dalla app di riferimento. Il miracolo non gira in ambiente Android. D’altra parte le braccia aperte non sono braccia aperte ma sono tentacoli. Ovvero la definizione grafica dell’accaparramento avido di un qualsiasi bene materiale o immateriale che sia. L’accoglienza è ben altra cosa. La consapevolezza del dono è anch’essa altra cosa.
Ragazzo, tu ti aspetti un orizzonte emotivo che non si realizza e del quale sei stato espropriato alla nascita.
Come unica verità non resta che la via del falso. Sparendo la verità, l’unica verità è il falso, il fake, la gente che si insulta in ambiente digitale e poi passa la giornata ridendo e scherzando su un banco di scuola. L’unica verità è il denaro smaterializzato in bitcoins, tatuaggi e scarpe firmate e decantato nella sua primordiale forma energetica di potere.

Questi finti sorrisi mi mandano in crisi, oh oh, oh oh
Nemmeno tu credi a quello che dici, lo so
La strada del successo fa vincere soldi
Fa perdere amici, oh no
Bambini e banditi ai miei show

Di sicuro rimane la fatica della vita, del vicolo, del traffico, del girare un’unica pagina di libro, di riuscire a non dire un incomprensibile e immotivato vaffanculo a chi ti chiede solamente a che ora passa il 79, di non associarsi al coro del lasciamoli affogare in mare questi che vogliono superare i cocci di bottiglia sopra la muraglia che cinge l’Europa.

Corri ragazzo nei vicoli
Cento sirene negli angoli
Nessuno cercherà nel tuo cuore

Sicuramente cercherà nel tuo cuore Amazon poiché qualcuno gli ha commissionato il ritiro della tua prossima extrasistole. Sicuramente cercherà nel tuo cuore lei in cambio di una ricarica postepay particolarmente generosa.
La memoria del cuore diventa un fatto evanescente. Un mito senza mito. Senza alcuna possibilità di un rito di accesso.Nulla di iniziatico è previsto per il tuo cuore. Per riascoltare il messaggio prema zero.

Cerchi per strada miracoli
Gli altri ti dicono, “C’est la vie”
Ora ricordi dov’è il tuo cuore
Ora ricorda dov’è il tuo cuore
Calipso
La la la, la la, la la

Un patrimonio emotivo come la musica diviene un bene rifugio ma non può essere che specchio della realtà e dei suoi limiti.

Mi nascondo dentro a una canzone
Così nessuno mi trova qui
Mi dicevano, “È solo rumore
Non ascolto quella roba lì”
Frate’ copriti che fuori piove
Occasioni qui ce ne son poche
Mi parli di quello che hai fatto
Nulla di più falso della tua faccia da poker
Ho provato ad andare lontano
Per guardare il mondo con occhi diversi

Non si riesce a guardare il mondo con occhi diversi da quelli imposti. La mosca è dannata a guardare il mondo da dentro le trasparenze del barattolo. La musica diventa solo rumore perché altro non può essere. Le occasioni si dileguano in un’Italia ridotta un paese di vecchi razzisti. Il paese più vecchio del mondo. Un orizzonte di cimiteri pieni e di case vuote nei prossimi vent’anni quali occasioni dovrebbe partorire? Anche lo stesso concetto di lontano e di relativo allontanamento che aguzza lo sguardo culturale provoca riflessione, nostalgia, consapevolezza sulla cultura di appartenenza si appiattisce e si narcotizza nel digitale che trasferisce la stessa morte dietro lo schermo. È più importante pubblicare di uccidere che uccidere, è più importante pubblicare di viaggiare che viaggiare, è più importante pubblicare di amare che amare. Questo riguarda anche oramai anche i gesti più fisici come quello di un rapporto sessuale.
Siamo la mosca che guarda la vita da dietro il vetro di plastica del formaggino BelPaese. Un mondo buono, un mondo Galbani ci è garantito. Galbani vuol dire fiducia. E noi possiamo confidare solo nel muro di plastica circolare, ripetitivo, identico a se stesso della nostra prigione di plastica.

Frate’ copriti che fuori piove

Allora forse manco vale la pena di uscire oramai. Forse non vale più nemmeno la pena di tentare la via di fuga.
Il ragazzo allora cerca una reazione in qualche modo vitale.

Sulle strade di Napoli
Corro, corro, corro
Dentro vicoli scomodi
Corro, corro, corro
Siamo stanchi ma giovani
Corro, corro, corro
Dammi forza per non fermarmi
Se questa vita può prendermi

Essere scomodo, essere sgradevole, essere indigesto, essere antagonista al mondo degli adulti. Ma è un antagonismo disperato. Disperato perché gli è proibita la ricerca del senso. L’antagonista è consapevole di non avere nulla da opporre al protagonista. Direi che non ha un’idea chiara nemmeno di chi sia il protagonista a cui opporsi.

Cento sirene negli angoli

Nessuno cercherà nel tuo cuore, nel mistero dell’impossibilità di oggi di dichiarare l’emozione, far parlare la pelle, il sudore, le labbra, le lacrime, lo sperma.
Eppure io me lo ricordo bene. Le pareti di plastica si riempivano lentamente di condensa. Fu così, con crudele stupore, come ho potuto apprendere allora che anche l’ultima delle mosche ha un suo respiro.

 

 

23
set
2019

Il mio tour autunno inverno 19/20

Il mio calendario provvisorio autunno-inverno!
Massimeddu e la Rivoluzione – ‘Mprovisata quasi teatrale da un’Italia dimenticata
(Tratto dal romanzo: “Tredici gol dalla bandierina”- Rubbettino)

29 settembre, La Scighera Milano, h 19.30
4 ottobre, Tip Teatro, Lamezia Terme, h 21.00
5 ottobre, Teatro della Maruca, Crotone, h. 21.00
6 ottobre, Teatro Primo, Villa San Giovanni, h. 21.00                                                                                               17 novembre, Spazio Monoscopio, Frosinone, ore 18.00
7 dicembre, Club 55, Roma, h. 22.00
15 febbraio, Ivan Ilic, Bologna, h. 22.00 (questa data potrebbe subire variazioni)
Click sull’immagine per ingrandire
Altre date sono in arrivo!

Locandina Mass 1 copia

 

19
set
2019

Memorie brevi del Monte Athos

Ritrovo e volentieri pubblico queste memorie brevi di un viaggio a piedi sull’Athos del 2005.

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“Christos Anesti!…” Bussano sempre i monaci verso le 4.30 del mattino. “Christos Anesti!” dicono. Cristo è risorto. Si dice tutti i giorni, un’infinità di volte al giorno, come un augurio, come un saluto, come un mantra nei quaranta giorni dopo Pasqua.

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Ma ora siamo alle porte dell’aurora e se non si risponde dal letto “…Alithos Anesti!” il monaco pazientemente ribusserà dietro la porta: “Christos Anesti!” E’ il segnale che precede la prima messa del giorno, quella che si accompagnerà all’alba, che canterà la prima luce cristallina di maggio sulla Penisola Calcidica. Il Monte Athos è un luogo di regole e la preghiera sta al primo posto. E’ la prima cosa da fare. E’ il primo modo con cui scandire il quotidiano. La prima di tutti i riti possibili in un mondo nel quale il tempo è stabilito dai ritmi stagionali e dalla luce della Prima Stella. La preghiera nel mondo bizantino è soprattutto canto. Si canta bene, armoniosamente, con il gusto del dettaglio, della variazione minimale su un canone che pare eterno, fissato nei secoli dai codici. Sull’Athos si canta allo stesso modo da oltre mille anni, senza stanchezza. Come può esserci stanchezza nella lode del Signore? Il leggendario Ayos Athanasios che nel X secolo fondò i monachesimo atonita arrivò a modificare la pianta delle chiese e le stesse scelte architettoniche dell’epoca in funzione del modo di cantare. Questo per permettere quel meraviglioso sospendersi nell’aria che è il canto bizantino, un modo di sfiorare il cielo, affacciarsi estatici alla rotazione delle sfere celesti e dei pianeti ma rimanendo uomini, esseri limitati di questo mondo, anime sazie per un attimo di armonia contemplativa.

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Solo guardando il mare, dagli spalti elevatissimi del Santo Monastero di Kariès, in un silenzio reso non meno assoluto dal soffio incostante della risacca ho avuto l’impressione effimera che fosse possibile spiegare, capire. Non dico tutto ma buona parte. Siamo anime esiliate. Vorremmo sapere sempre ben oltre quello che ci è dato sapere. Perché siamo esiliate dalla conoscenza assoluta e lo saremo per sempre, inguaribilmente. Non è nei codici musicali allora la risposta, qui li conservano con una cura totale, monacale (manco a dirlo!), con dedizione minuziosa. La sua ombra inafferrabile scorre nel brillare degli armonici di una voce che taglia lo spazio e l’incenso di fronte ad un’icona del Salvatore, che bacia con la devozione del pellegrino i piedi del Bimbo fra le braccia della Madonna della Tenerezza. Perché tenerezza e pietà, per se stessi, ce ne vuole parecchia per sceglire la vita del monaco. Forse fare una qualche rinuncia ad un mondo di polveri sottili, centri commerciali, profilattici colorati e patatine irradiate al cobalto non è poi così difficile. Il difficile è rinunciarvi per una regola, una modalità precisa di vita, una modalità precisa di canto in un mondo dove ci illudiamo di aver conseguito la libertà o, per lo meno, l’illusione di sapere bene di cosa si tratti. La libertà crediamo che sia anche non avere un’idea precisa di cosa essa sia. Demetrio Stratos cantava “Se tu guardi nel passato troverai tutto quanto stabilito e si chiama libertà”.

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Effettivamente questo mi è sembrato di intravedere nello scintillio argentino ed incessante del mare sotto la vigna, proprio questo. Il segno dell’eterna domanda se sia più libertà la regola o l’infrazione della regola, più la perfezione dell’onda o più la spuma che parte in mille direzioni quando l’onda si frange. Non sono io che posso dirlo. I monaci hanno tombe semplici, di pietra e di terra con una croce di legno. Accanto a una sepoltura c’era su un cartello una frase di San Giovanni: Come i fiori marciscono, come i sogni svaniscono così si dissolve la vita dell’uomo. E forse proprio a questo ho pensato sentendo cantare i monaci nella prima luce di un mattino di maggio. Che almeno il canto ci dia l’illusione di spezzare, rallentare, sospendere il ritmo del tempo. Quasi che vi sia una pietà possibile per i nostri cuori di uomini piccoli, soli di fronte al Destino.

 

Ettore Castagna – Karies – Maggio 2005

Foto di Ettore Castagna

 

01
set
2019

Hey, guy!

“L’ho visto perché mio padre l’ha sorpassato e io ho guardato in alto, dal finestrino della millecento, ho guardato che mi guardava e ci ho gridato «Cià, compà!» Lui si ha girato in basso dal finestrino di quel camiazzo enorme, grigioverde con la stella usarmy sulla fiancata e mi ha fatto «hey, guy!» e poi mi ha sorriso. Ca ali niguri quando ridono ci si vidanu tutti quei denti bianchi, come i ghiaccioli del bar al lido Georgette”.
Ettore Castagna – Tredici gol dalla bandierina – Rubbettino – Velvet – 2018
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01
set
2019

Non hai sparato…

Sì, carabiniere, non hai sparato, hai esitato un secondo in più perché hai visto un ragazzo, solo un ragazzo, uno con i capelli all’aria e la faccia pallida, pochi peli disordinati di barba sul viso. Hai esitato e hai avuto ragione a esitare che era solo uno sventato che gli è salito così di giocare alla guerra per vedere se è vero che oramai è guerra e si ammazza, si ammazza tutti i giorni. Prima si ammazza e poi ci si fa le domande sul per chi, sul per come, sul perché si ha ammazzato. Non lo so come ti chiami ma di sicuro ti chiami ’Cenzo. ’Cenzo… ’Cenzinu… diminutivo di Vincenzo. ’Cenzì, grazie che non hai sparato e che potevi sparare. Mi bucavi l’eschimo blu, la cistifellia, u cora.

Ettore Castagna – Tredici gol dalla bandierina – Rubbettino – Velvet – 2018
#tredicigoldallabandierina

Questura

Nella foto: Vito Librandi in Questura, 1979

12
giu
2019

Il mio calendario estivo

Edizione molto provvisoria del mio calendario estivo.

In arrivo altri aggiornamenti

Locandina 13 gol

27 giugno ICAM, Milano (Data esclusivamente per i detenuti)

11 luglio, Libreria Moderna, Rieti

12 luglio, Libreria l’Altra Città, Roma

13 luglio, Conversano (BA)

14 luglio, Altamura (BA)

17 luglio, Sette libri per sette giorni, Siderno (RC)

26 luglio, Petrizzi (CZ)

28 luglio, Gioia Tauro (RC)

30 luglio, Sant’Agata del Bianco (RC)

1  agosto, Castagna (CZ)

4 agosto, Delianuova (RC)

7 agosto, Festival di Locarno – Rivellino LDV (Svizzera)

13 agosto, Guglionesi (CB)

16 agosto, San Vito sullo Ionio (CZ)

17 agosto, Soverato (CZ)

18 agosto, Sant’Andrea sullo Ionio (CZ)

20 agosto, Scilla, Marina Grande (RC)

21 agosto, Bovalino (RC)

5 settembre, La Campana di Vetro, Novate Milanese (MI)

15 settembre, Senigallia (AN)

Book trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=ftuwTdrMcuE

http://www.store.rubbettinoeditore.it/tredici-gol-dalla-bandierina.html?fbclid=IwAR3ysmxOw9_7nbmEXeV_wY_nGTj6ai2YHNldT5IX2jbb9DCMBfCs4tIxJKk

 

28
apr
2019

14 aprile a Roghudi, Aspromonte Greco

Roghudi

O potamu trechi panda…

Grazie per avermi invitato a parlare e suonare un po’ di qualcosa.
Grazie vecchi muri di Roghudi, grazie tempo variabile e pioggia intermittente fra le timpe dell’Amendolea, grazie Olimpia e voi tutti eroi di una lingua che muore ma che in voi rivive.
Contano i fatti non le chiacchiere, non le invidie, non le pochezze, non il nulla dell’uomo.
Conta chi ha fatto non chi ha detto e dice farò. Conta chi fa il bene non chi dice che lo farà.
Conta un manipolo di eroi che oggi parla greco alla faccia del tempo, dei secoli, della politica, delle sciagure umane.
Grazie amici di To Domadi Greco.
O potamu trechi panda…
Io non dimentico. Lascio ad altri l’arte dell’omissione e quella dell’oblio.
Roghudi Vecchio, 14 aprile 2019