28
May
2020

Fenomenologia di un uovo fritto

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Mia nonna Maria era cieca e aveva paura di aprire la porta a chiunque. Ancor di più, quando era a casa con i nipotini, da sola.
Riconosceva però, dalla voce, dietro la porta l’ovaru.
«Ova e ricotteddi… Ova e ricotteddi…»
«Trasiti bell’omu… Trasiti…»
L’ovaru non mi pareva bello. Ci mancavano tutti i denti ed era sempre scuro e sudato di campagna e viaggio, però posava sul tavolo nel cestino sempre almeno quattro uova belle cacate dalla gallina e, certe volte, una bella ricottedda di latte misto pecora e capra.
Verso le dieci e mezza rientrava mia madre dalla spesa: «Ettorù, u voi l’oviceddu?»
Mia madre ha sempre concepito l’uovo fritto come un mangiare da re. Prima il padellino d’alluminio a calentare bene sul gas, poi l’olio d’oliva a fumare. E, quando la temperatura era al massimo della sua dotta prolusione, ecco cadervi l’oviceddu.
Mia madre sorrideva sempre mentre vedeva montare sfrigolando il bianco nel fumo della frittura, prendeva una ddramma (una parola antichissima, vuol dire una quantità minimale) di sale fino fra le punte di tre dita e lasciava andare sul rosso.
Il padellino mi arrivava fumante sotto il naso con un poco di pitta bianca. In tutta la Calabria si fa la pitta. Però quella bianca, tonda e stretta di Catanzaro, quella del forno del mio rione, quella della carta del pane aperto da mia madre con le mani della quotidiana fatica, quella portata a casa per quattro piani di scale insieme a pomodori, cucuzze e tre etti di carne tritata era la più buona dell’universo.
L’ovu dell’ovaru era, poi, speciale. Credo che quell’uomo arrivasse addirittura da Cardinale o da Chiaravalle a vendere quelle uova e quelle ricotte.
«Va’ e viene sicuro ccu postala… u postala… eh, l’autobussu… comu u chiami tu, niputeddu?»
Per me, tutta la vita, l’uovo al tegamino è rimasto un mangiare da re.
Rifaccio tutto quello che faceva mia madre. Ogni tanto officio il rito se, alla controra, sono a casa. Cerco quell’odore oggi e cerco quel sapore oggi nel rosso dell’uovo col codice a barre sopra la scorza.
Ma non lo trovo mai più.

19
Apr
2020

Sono io…

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Quello della foto sono io 150 anni addietro.
Sono io prima del codice a barre, dell’hard discount, di Crispi, di Giolitti, del Terremoto del 1907, del 1908.
Sono io, sì.
Sono io prima del vinile, dell’mp3, della diretta sui social, del mio primo viaggio in autostop nel 1977.
Prima di Andreotti, di Rosa Luxembourg e di Lucio Magri, di Toni Negri, del 7 aprile e del rapimento Moro.
Sono io prima di due guerre mondiali, della guerra di Libia, d’Etiopia, dell’Albania, delle guerre umanitarie contro la Serbia e contro l’Iraq.
Sono io… io prima della Marcia su Roma, della Tassa sul Macinato, del Boom economico, di mio padre che nel 1962 acquista una Bianchina, prima del mio viaggio a Cuba del 1997.
Sono io prima dell’emigrazione in Nord America, in Sud America, in Australia, in Germania, in Francia, amMilano, atTorino, abBergamo…
Io, sì.
Sono io con gli occhi fulgidi, una zampogna sul fianco e una cane che aspetta il lampo della macchina fotografica per attaccare. Io adagiato sul fianco di una parete di roccia come un dio greco.
Prima, prima, prima. Ben prima di ogni cosa. Anche prima del generale Bava-Beccaris che spara sulla folla affamata di Milano che chiede pane nel 1898. Ma pure prima di Gaetano Bresci, di Joe Zangara, di Sacco e Vanzetti. Prima della fabbrica fordista e di McDonald’s.
Prima di fare per sempre le valigie da Catanzaro, prima di assaggiare un arancino a Monreale nel 1978, prima di pensare di trasferirmi a Toronto senza farlo mai, prima di quella gita a Ravenna, ti ricordi?
Molto prima di Primo Carnera, di Alighiero Noschese, di Brad Pitt.
Prima della prima, seconda e terza media e del voto alle donne del 1948.
Prima delle Fosse Ardeatine, dei ragazzi del ’99, di “Spezzeremo le reni alla Grecia”.
Sono io molto prima.
Ma non lo sapevo.

09
Apr
2020

Il mio “Tredici gol dalla bandierina” su La Stampa

In un articolone sul Grande Massimeddu, l’8 aprile, il giornalista ha avuto la bontà di menzionare il mio romanzo.
Ringrazio la Stampa e tutti i stampini!
Questo il passaggio che parla del romanzo:
«Tredici gol dalla bandierina è un record ed è anche il titolo di un libro di Ettore Castagna, edizioni Rubbettino: il protagonista è un ragazzo di quegli anni e di quel luogo che “sogna vita, musica e rivoluzione rivolgendosi alla figura mitica di Massimeddu”, dialoga con lui, chiede consiglio».
L’intero articolo lo trovate su:

https://www.lastampa.it/sport/calcio/2020/04/08/news/tredici-gol-dalla-bandierina-su-rai3-la-fiaba-di-palanca-1.38694338?refresh_ce

Ettore Castagna, Tredici gol dalla bandierina, Rubbettino, Velvet, 2018

07
Apr
2020

Il paradiso dei suonatori – Ο παράδεισος των μουσικών

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di Ettore Castagna
Traduzione dall’italiano al greco: Phaidon Hadjantoniou
Μετάφραση από τα ιταλικά · Φαίδων Χατζηαντωνίου

Nicos tu sei di sicuro nel paradiso dei suonatori.
Se devo pensare a un grande suonatore di lira penso a te.
Niente a che vedere con la lira muscolare e nevrotica che certe volte si sente in giro.
E nemmeno con la lira new age.
Tu eri un suonatore della Tracia. La tua era la lira trakiotika. Ma poi suonavi tutto.
Ti ho sentito fare una volta anche un cifteteli. Ahi ahi ahi…
Quando mi hai chiesto di portarti una lira dalla Calabria per me fu tutta una sorpresa. Io venivo in Grecia, venivo in Tracia come un pellegrinaggio. Io cercavo in te le mie radici.
Il paradiso dei suonatori – Ο παράδεισος των μουσικών

30
Mar
2020

Una spiaggia lontana, una terra lontana…

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Una spiaggia lontana, una terra lontana. Una statua di Madonna sotto un cielo nero. Sopra un mare nero.
Potrebbe essere pure dietro la mia finestra.
Potrebbe.
Dietro la mia finestra silenzio, ogni tanto un’ambulanza. Siamo pur sempre a Bergamo durante la grande epidemia.
Ho lasciato tre stampi di legno di gelso sul balcone a prendere il sole.
Tre stampi per formaggio comprati in Turchia, dentro un mercatino di Smirne.
Il sole li scurisce prima così. Meglio che tenerli in un cassetto. Fra qualche giorno sembreranno antichi.
Poi.
Una spiaggia lontana, una terra lontana. Deve essere Nicotera. A dicembre penso. Quanti anni. Anni.
Tu dove sei?
E tu?
E dove tu, amico mio?
Ognuno col naso schiacciato sul vetro di una finestra a contare pensieri, steli d’erba di quella passeggiata sopra un sentiero di roccia a picco sul Tirreno l’anno scorso, lo scontrino del negozio di strumenti musicali del 1997, venuto fuori da un libro abbandonato e aperto perché oggi ho tempo.
Un libro aperto e un vecchio scontrino a segnalibro che vola in terra.
Una spiaggia lontana, una terra lontana.
Gente sotto una statua di Madonna, sotto un cielo di tempesta.
Anch’io ho sul muro un’icona della Madonna che mi guarda. Ma da sopra un immoto fondo d’oro. Portata dalla Grecia tant’anni fa.
L’icona divide, sopra il muro, strumenti musicali che suono ogni tanto, quando ho tempo.
Due lire di qua, una chitarra dall’altra parte.
Oggi ho tempo e non suono.
Conto invece i minuti, i secondi, le ore, i giorni, le settimane e distinguo nella mente il senso di quel secondo dal senso di quell’altro secondo.
Capisco, allora, che ogni secondo ha il senso suo come fossero petali di ginestra sotto il sole. Da non sciupare.
Da non sciupare anche se la ginestra è di fibra forte. Era indistruttibile un corredo di filato di ginestra… No, Ma’? Non è accussì?
Eh, sì… figghiu, sì.
Una spiaggia lontana, una terra lontana.
Quella Madonna conta. E quella speranza.
Conta il segno, il simbolo, il valore.
Conta varcare l’acqua di una spiaggia come varcare il vetro della finestra con lo sguardo.
Sentendo il fratello di là dal muro. E la ginestra piegarsi e risalire di nuovo sotto il vento.

Foto di Carlo Paone ©

(Grazie Carlo, la foto è meravigliosa)

17
Mar
2020

Il bambino coi baffi e il Covid19

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Lo pensi continuamente.
Nel 1920 mia nonna Maria si prese la spagnola e guarì. Dopo cent’anni, un altro nemico piccolo si ripresenta alla porta e ci acconza a tutti.
Mo’ questo mi passa ai polmoni e mi ammazza.
Lo pensi più volte al giorno.
Da un minimo di tre e un massimo di diciassette. Perché quello è il numero sfortunato.
Èptakaidekafobìa.
La paura del numero diciassette. Allora, per evitare, passi al numero primo superiore.
Tuttappostu.
Lo pensi massimo diciannove volte al giorno. Lo moltiplichi per ogni colpo di tosse.
Nonna, nonna, nonna. Raccontami la storia del bambino coi baffi. Il bambino coi baffi ha i baffi e gli occhi di brace accesa e passa col carro da buoi sotto casa nostra nel cuore della notte. Se ti vede affacciato, ti tira sul suo carro che lui è compare con la morte. Meglio farsi trovare con porte e finestre sbarrate.
Mammà… oh, mammà… basta con queste storie di spirdi al bambino! Mora do scantu! Non lo vuoi accettare che siamo al 1965? Ancora con queste storie brutte?
Sorride la nonna. Sorride. Ma pure a me mi viene a prendere nel letto il bambino coi baffi, nonna? No, non arriva qui che ci sono io e lo caccio fuori. Dormi ora, Occhibelli.
Io dico che è solo un’influenza, no dottò? Tu che dici?
Non si può sapere. Sembra lo stesso. Tutto lo stesso di un’influenza fino a quando non si incazza e non ti passa ai polmoni.
Tanto muoiono solo i vecchi, no dottò?
Come se tu fossi giovane, ah ah. Di questo modo funziona. Prima gira un poco nei tessuti. Sale e scende.
Ppe cca e ppe dda.
Prima ti macina le ossa, prima ti cuoce le viscere a diarrea, prima ti causa la nausea e ti causa mal’e capu…
Prima.
Certe volte succede che sparisce dopo tre giorni.
Certe volte succede che sparisce dopo una settimana.
Certe volte succede che sparisce dopo quattordici giorni.
E tu sei carne salvata. La lotteria ha trovato la remissione. Tu sei nel 97% dei salvati.
Oppure no.
Oppure questo mi passa nei polmoni e mi ammazza e tu diventi nel 3% degli squagliati.
E diventi carne salata.
Come quel medico cinese bravo che l’ha scoperto…
Come quel medico bergamasco bravo…
Come si chiamano?
Come si chiamavano?
Dov’è il termometro?
37.5… 38.3… No, dai, non è una febbre eccessiva. Lui se ne resta nei tessuti giusti per quattordici giorni e te lo senti mordere nelle ossa, poi te lo senti rigare gli intestini.
Ma è come un’influenza… Come fai a distinguerlo?
Non ne fate tamponi, dottò?
Non ne facciamo perché non ce n’è abbastanza. Se proprio ti decidi che sei grave, non respiri e te ne vai al pronto soccorso, allora finalmente te lo fanno il tampone e si scopre se sei appestato e se sei “normomalato”.
Il “normomalato” ha solo un’influenza normale e se la tiene addosso felice questa carie delle ossa, questa carta vetrata nel colon, questa mazzata di ferro nei lobi frontali. Sei gioioso se la tua è un’influenza normale.
Ma perché non si può distinguere, vero dottò?
Perché no, fino a un certo punto sono uguali. Fino a quando non ti passa nei polmoni e ti ammazza.
E io, invece, lo distinguo dottò.
Io me lo sento che le cose stanno diverse questa volta.
Il piccolo nemico che mi passeggia dentro, io lo distinguo. Non è lo stesso male alle ossa, non è lo stesso male delle budella, non è lo stesso male agli occhi di quella o di quell’altra influenza
Il bambino coi baffi ha i baffi. Dopo, ha gli occhi di brace accesa e passa col carro da buoi sotto casa nostra nel cuore della notte. Ma… mi viene a prendere nel letto il bambino coi baffi, nonna?
No, non arriva qui che ci sono io e lo caccio fuori. Dormi ora, Occhibelli.
Dormi che oramai siamo a Catanzaro ed è già il 1965.

Foto. “Alcuni rimedi contro il virus” di Chiara Mastroianni ©

06
Mar
2020

Il mango, il son ed una vecchia Lada quasi amaranto

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Note a margine di un viaggio a Cuba nel 1997
(World Music, Roma, n. 34, ottobre 1998)

di Ettore Castagna
Al Vedado o, più lontano, al rione Vibora… ma pure nel cuore della vecchia Habana coloniale mi piace pensare che nella casa di ogni nero c’è un altare di Babalè-ayè. È certamente un altare colorato da piccole offerte e candele. Un altare santèro, custode del mistero Yoruba. Ramiro, il nostro autista, un geologo con gli occhi da indio, è da tempo, oramai, disoccupato e si guadagna da vivere facendo l’autista per gli stranieri. Nella congerie della carestia da embargo americano, una sindrome economica che qui si chiama periodo especiàl, tutti i cubani si arrangiano. L’isola manca di tutto.
Ramiro è il nostro nocchiero sulle avenidas dell’Habana e sulle carreteras dell’interno. È oramai un capitano di lungo corso a bordo della vecchia Lada made in U.S.S.R. con circa quattrocentomila chilometri sul gobbo e che ha ereditato da suo padre. A Cuba le macchine non si comprano, si ereditano. Ci sono carros americanos degli anni trenta ancora in circolazione. Quando ci chiediamo sbalorditi come fanno a tenerle insieme dopo sessant’anni e senza pezzi di ricambio Ramiro ridacchia, tira su il volume dello stereo e grida, sul ritmo del danzòn, “Aquì no tenemos mecanicos… tenemos màgos!” Navigheremo insieme per Cuba per qualche tempo. Da Santa Clara a Pinàr del Rio, da Camaguey fino forse a Guantanamo. Andremo a Guantanamo? Forse a spiare da lontano le fotoelettriche perfette della base yankee mentre in tutta Cuba la luce manca. Manca perché il petrolio non basta e c’è l’embargo. Si spengono di colpo i ventilatori come i frigoriferi e si aspetta in silenzio, con quaranta gradi e l’umido dei tropici a cavallo del naso, che Fidel riattacchi la corrente dopo un indeterminabile black out per risparmiare energia. Cuba sembra mia zia Bettina buonanima: allegra, ospitale e grande cuoca. La sera però non accendeva la luce fino a tardi perchè vivere con la pensione insegna a risparmiare. Mia zia Bettina ballava alla perfezione il tango figurato sulla spinta dei suo gracchiante 78 rpm ma il perìodo especiàl per lei, come per diversi nel nostro Sud, è durato tutta una vita.
Ramìro il tango figurato non sa cos’è ma in compenso conosce i Van Van “… no hay al mundo un mejor conjunto de salsa”. Poi ci spiega che, proprio come in certi discorsi dove è più importante ciò che non si è detto, a Cuba il ballo più vero, quello più all’antica è fatto di piccoli movimenti, quasi inattesi. Non si balla per somma ma per sottrazione. Il moto della danza si divincola con la velocità lenta di un serpente a caccia fra gli sterpi: piano o prestissimo ma in spazi brevi. I piedi rimangono pressoché uniti. All’opposto di quanto si potrebbe pensare, è l’anima che scende a possedere il corpo. Non sono le forze ctonie della terra o i flussi della stessa carne. In fondo, evangelicamente, la carne potrebbe essere troppo debole per tutto ciò. Una tale possessione fa emettere radiazioni inafferrabili. Dal pube si leva una colonna d’aria che sconvolge il cielo in battere e la terra in levare. Così ballavano gli schiavi Yoruba. Così ballavano perché avevano i ceppi ai piedi. I ceppi e le catene che non permettevano larghi passi. Ma, a quel che pare, per chi sente la danza come una necessità dell’anima, i ceppi non sono un adeguato deterrente. Questo è quello che mi viene sempre in mente quando, ogni tanto, mi scivola via sullo stereo il velluto sincopato del Trio Matamòros .È un cd di incisioni, direi, d’epoca. In controluce, fra le voci languide e perfette, si intravede l’ombra diafana di una Cuba hemingwayana, straziata di sigari e ron e sesso maledetto sul ventre di una mulatta. L’ho comprato in aeroporto rinunciando alla maglietta con il Che Guevara e non me ne sono poi pentito. Eppure, si dice, oggi all’Habana non è così facile ballare come una volta. Ballare per davvero voglio dire. Tutte le sale da ballo sono inondate di jineteras in cerca di clientela (Jineteras, in italiano “cavalcatrici”, ragazze che cercano di attraversare il periodo especiàl ottimizzando le risorse dell’Antica Virtù) e vige una sorta di apartheid del dollaro. Ramiro ci porta a vedere “El Medico de la Salsa”, una band di grande spinta che farebbe ballare anche un hot dog. Ma la situazione è desolante, è un grande luogo aperto di cui ho poi rimosso il nome… una specie di carcere. Su una terrazza lontana dal palco ma ben chiusa da cancelli e fornita di bar, per dieci dollari a testa possono accedere los turistas. In fondo, a cinquanta metri, accatastati come mosche, a migliaia, tutti i cubani che per pochi pesos sono ammessi a ballare. Ma sono troppi, sono sempre di più. Dentro il recinto, come animali pressati ed ubriachi. Qualcuno leva il coltello o spacca per terra una bottiglia. Volano calci e pugni. Questo è sufficiente per intristire il mio dio personale e ridente del ballo afro-cubano. Tutto calmo invece è il clima nella nostra gabbietta dorata dove i tavoli pullulano di jineteras in compagnia di turisti maschi in prevalenza italiani e spagnoli. Altrettante ce ne sono a caccia di clienti. Ballano in modo vistoso per farsi notare. Ramiro scuote la testa, le jineteras lo intristiscono ma lo rende ancora più triste veder ballare in questo modo. Dice che sono scopiazzature del Samba, fatte solo per vendere la merce. Il baile cubano è “otra cosa”. Sta di fatto che questo non ci pare un luogo divertente. Ramiro por favòr portaci da un’altra parte… a bere un Mojito alla Bodeguita del Medio affollata di canadesi e di tedeschi impazienti di trovare le foto di Hemingway con Fidèl appese accanto al banco. Oppure portaci a passeggiare sul Malecòn, coi lampioni dell’Habana vecchia illuminata nella notte e milioni di zanzare assetate ad attenderci. Amano il nostro sangue quanto noi amiamo il Guarapo appena spremuto da una canna da zucchero. Magari con qualche cubo di ghiaccio.
La Lada quasi amaranto di Ramiro è un inarrestabile carroarmato sovietico. Non teme gli sterrati di campagna né le grosse radici che spuntano come trappole dal terreno, non teme di sguazzare nel puntuale acquacèro tropicàl, il temporale impressionante che si abbatte con regolarità quasi mitteleuropea, ogni due o tre ore, scaricando i troppi vapori del cielo a questa latitudine. Nel cofano c’è di tutto: bidoni di benzina di riserva, corde, pala e altri attrezzi, cappellini da spiaggia, cinque o sei chili di mango appena colto. A Cuba ci sono decine di tipi di mango diverso: il mango señora, il mango corazòn, il mango platanìto e così via. Sono tutti infinitamente buoni, da mangiarne a chili senza saziarsi mai. Ed è così che finiamo in una campagna intorno a Trinidàd, a casa di contadini amici di Ramìro. Lui sa che amiamo il mango ed ecco qua. Un’intera piantagione di mangheras gigantesche da scuotere con qualche ciottolo ed aspettare che un frutto grosso e succoso cada giù.
Sembra un fumetto. C’è un contadino che fischietta “Guantanamera” ed accudisce i porcellini gialli, quelli rosa e quelli neri. Poi le ochette, le galline, i pulcini, i tacchini e tutto il resto qua, qua, qua…. È un eden agro-tropicale sotto gli alberi e le palme. Ma il colpo di grazia è il cane che prima gioca con noi e poi pasteggia con le scorze di mango che gli lanciamo. Potenza dei Caraibi! Io prima conoscevo solo cani carnivori.
Per tornare alla sonosfera, una bella esperienza acustica arriva quando la padrona di casa ci invita a bere il caffè. I chicchi verdi spuntano frusciando da un sacco, vengono tostati scoppiettando a fiamma viva e dopo messi in un grosso mortaio e pestati. Si dice machucar ed è un’azione dal suono sordo che fa vibrare tutta la terra intorno. Fa ogni cosa questa donnina, magra e minuta, che è la padrona di casa. Per meglio dire “di capanna”. Alza e abbassa il grosso batacchio del mortaio e polverizza il caffè in pochi secondi, con una precisione tutta contadina. Con la forza incontenibile di chi ha faticato una vita intera, ha faticato così tanto senza potersi mai permettere il lusso irragiungibile di provarla la stanchezza, di chi sa come si abbatte il machete sulla canna e quanto costa ogni movimento gravato dal sole di queste latitudini. Nel frattempo bolle l’acqua ed, altrettanto velocemente, dalla polvere nera viene fuori un infuso saporoso e profumato addolcito con il mitico zucchero di canna cubano. Il miglior caffè di casa vostra sta a questa ambrosia come una focaccetta surgelata alla pizza assaggiata direttamente da qualche specialista a Mergellina.
Come dice Ry Cooder “…in Cuba the music flows like a river”. Ma non si fa tardi nell’accorgersene. La maggior parte dei locali, per quanto scalcinati, dispone di almeno tre o quattro musicisti per allietare il pubblico. Forse non tutti sono bravissimi ma la quantità di quelli di ottima levatura è assolutamente inverosimile. Proprio come il numero delle zanzare sul Malecòn al tramonto mentre all’orizzonte si vedono i lampi della tempesta sull’oceano in direzione della Florìda.
C’è l’imbarazzo della scelta: fiatisti cristallini di una sinuosità pari alla dolcezza della Guayaba, chitarristi caleidoscopici, percussionisti di elasticità felina. La conga si mantiene fra le gambe come un fallo eretto, come il membro imponente di un’orchestra genitale. Da queste parti la carnalità non genera angoscia, turbamento, grottesca bavosità o senso di colpa come spesso nella vecchia Europa. La vergogna del corpo da noi è un fatto genetico. Qui non ci pensano nemmeno.
Anche Ramiro forse crede che la vita sia un Bolero o un Son. Non so. Ho scoperto però almeno due cose che ci accomunano.
La prima è che per dormire ai tropici abbiamo entrambi bisogno del ventilatore acceso tutta la notte.
La seconda è un viaggio di ritorno da Santa Clara. Io e Chiara parlavamo dell’ultima lettera del Che a Fidèl prima di partire per la Bolivia, quella famosa che si può leggere anche impressa sul marmo dell’ecclesiale mausoleo dedicato al guerrillero heroico. Ne parlavamo accoratamente. Ramìro ci ascoltava in silenzio, guardava lontano attraverso il parabrezza, i tergicristalli e l’acquacero tropical, forse scopriva di capire l’italiano. Ad un certo punto ci siamo tutti vicendevolmente sorpresi i lucciconi agli occhi. Ma lo abbiamo solo notato a margine, con la discrezione di una farfalla. Non ce lo siamo reciprocamente confessato. Perché non era necessario.
Spesso, anche negli archivi immateriali della memoria, i sentimenti finiscono per smarrirsi. Di quella volta, almeno, ricorderemo che la tenerezza rimase, per sempre, agli atti del nostro cuore.

 

01
Mar
2020

L’America nel 1976

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Non è certo una scusante avere sedici anni ma fu nell’estate del 1976 che decisi che sarei andato negli Stati Uniti. Un ragazzo texano che andava in giro in Calabria in autostop me lo aveva detto sulla spiaggia di Pietragrande. Scrivi al Consolato USA e chiedi per il visto, fai una lettera piena di motivazioni, mi raccomando, scrivi cose belle.
Allora io che li avevo a schifo gli americani, li avevo a schifo perché c’era stato il Vietnam e c’era l’imperialismo e c’era il Muro di Berlino scrissi una lettera piena di motivazioni.
Dopo un mese spuntò nella buca di casa mia un’altra lettera bianca ma con l’aquila americana stampata… In God ui trast… oh, cazzu! Respundìru…Una lettera con l’aquila americana che mi manda un questionario. Lo vuoi il permesso per entrare negli Stati Uniti? Sì? E compila l’applichescionform…
L’applichescionform ne vuole sapere un sacco e una sporta di cose sopra di me. E allora prova a scrivere, prova a rispondere. Vogliono sapere cose di me che io non so. Sopratutto non so fino in fondo che ci voglio fare negli Stati Uniti. È certo che ci vuole il passaporto e bisogna cacciare centodiecimilalire. Oppure centotrenta… va’ ricordati. Poi, tanto per cominciare, ti devi pagare il viaggio.
Il viaggio è facile. Me lo ha detto Marco di Milano che lo ha fatto. Marco di Milano, alla terza canna sulla spiaggia di Soverato, mi ha detto che tu pigli e arrivi in autostop fino a Liverpool… O è fino a Manchester? Dov’è che c’è il porto? Quando arrivasti a Liverpool o a Manchester pigli e ti giri le navi.
Vai navi navi.
Navi navi.
Muru muru.
Ripa ripa.
Vai navi navi e domandi: «Scusate… lo volete un mozzo fino a Boston? Io vi lavo e vi passo lo straccio a tutte le parti della nave per tutta l’attraversata e voi mi portate fino a Boston».
Marco dice che basta chiedere ai mercantili con pazienza. Piano piano e prima o poi, qualcuno te lo dice sali, lavora e stai zitto per tutto l’Atlantico dickhead…
A mmia dickhead? Ah, bruttu cornutu… Comunque io mi sto zitto e mi passo l’Atlantico gratis con un paio di settimane di nave dopo che sono arrivato da Catanzaro a Liverpool con una settimana d’autostop. O era Manchester?
A diciassettànni a Boston! Ajalà… deve essere proprio ganzosa Boston. Comunque, arrivato all’America e consegnata l’applichescionform, poi è tutto a posto. Prendo i miei diciassettànni, li rimetto nello zaino militare che ho comprato a Napoli, a Resìna per cinquecento lire e me ne vado in autostop a Los Angeles. Me la faccio sana sana la traversata coast to coast.
Mi sparo tutta la Lincoln Highway. Da New York a San Francisco… sissignore! Mi faccio un viaggio on de rod come a GechCheruach. Anzi meglio di GechCheruach e, quando torno ai giardinetti di San Leonardo, vi stampo un romanzo che trema la terra.
Io penso che forse è meglio la Route 66. Si piglia da Chicago e poi ti sciali a passaggi dall’Illinois alla California, come se fosse una spuma al bar Lanzo, u magudocahè.
L’America è l’America, compà…
Io ne so qualche cosa perché il tempo passa ed escono i dischi. Escono i dischi e io me li registro sul mio Grundig a cassette da settantamilalire. Io la strudo la cassetta di Born tu Ran. Sotto e sopra, sopra e sotto. Canto le canzoni di Springsti a squarciagola e non riesco a starci dietro allo slang di Brus e allora me lo invento. Canto e ballo camminando che è troppo forte Brus. Ti fa vedere l’America per com’è… Vedi le Becstrits, vedi Giangolland, Tunderrod. Allora fai che suoni la chitarra nell’aria mentre il registratore consuma batterie Superpila al massimo del volume, poggiato sopra una panchina a San Leonardo oppure dentro di un’aiuola a Piazza Matteotti.
Poi, ti capisci tutto in una volta. Per quello che sei. Un ragazzo di Catanzaro di solo diciassettànni e ti dici: «Ma dove le trovo io centotrentamilalire per il passaporto?»

27
Feb
2020

Platì, cercando un dio adatto

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Gino, certe volte mi viene come un ricordo.
Un paese di bambini in moto. Che salgono e scendono sulla via principale. Certi fumano come in un film neorealista. Come fossimo nel dopoguerra. Ma non siamo nel dopoguerra, siamo verso la marina dei Greci. Lo Jonio scintillante di Pasolini che si trova da quella parte. Siamo sul lato della costa antica della Calabria, siamo in una mescolanza di digitale, di pastori, di guai e di croci da abbracciare e da portare. C’è pure qualche strada con le fosse, qualche casa sempre da ultimare. Piante d’ulivo lassotto, poi immense fioriture di orchidee selvatiche in primavera e un’aria che è quella di casa.
Aria di casa, Gino.
Platì è un luogo che riesce a esprimere vita. Voglia di esistere e di lavorare pure se la realtà qui è un delirio postmoderno di legge e di ingiustizia, di memoria ferma e di intonaci indecisi, di cucchiai intagliati all’antica per la ricotta o per la nostalgia. E poi slot machine.
Cosa ne è di Platì durante il giorno e la notte?
Chi la capisce e chi ne capisce sogni e cuori se non i suoi abitanti? Se non quelli che l’hanno abitata? Se non quelli che ci sono passati una volta a causa di una fotografia, di un arrosto di castrato sedetevi e mangiate professore, di un panorama sinceramente inatteso.
Gino, certe volte mi viene come una sequenza di un film. Passeggiare su quella strada con le moto che passano fra le macchine ed un saluto ogni pochi metri.
Buongiorno cumpari, chi si dici cumpari, ringraziamo Ddiu cumpari…
Aria di casa e quella foto che mi porto appresso stampata in un apposito meandro del cervello. Aria di casa e quegli amici che me lo ripetono.
Per certe cose che vedi, noi conosciamo solo te.
Non può essere. Io sono venuto troppo poche volte.
Sono quelle volte che contano.
E mentre parliamo è pieno di bambini. Sempre pieno di bambini. Sta per uscire la statua della Madonna per la processione. O è domani?
Sono la speranza stessa i bambini. La speranza che si fa corpo, occhi, braccia, capelli corti e un pallone Supertele.
Un’idea sorridente. Ed è quella di una giornata d’estate a Platì con te e con Mimmo, cercando un dio adatto, ricordi?

Ettore Castagna, febbraio 2020, una forma di prefazione a: Luigi Mittiga, I love Platì, Cento piccoli film intorno un paese dell’Aspromonte, in corso di edizione

01
Feb
2020

Fra un’autorecensione piuttosto attempata e un amarcord

E. Castagna, M. Cognetti, W. Torchia, Distilleria all’Arancio, La foglia di ficus, Catanzaro, Gennaio 1979… Cento, forse centocinquanta copie oramai introvabili

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Doveva essere l’autunno del 1978 ed era una piccola città, Catanzaro.

Vale la pensa continuare a leggere dopo un incipit di questo genere? Io penso di no.

Ma, magari, non avete nulla da fare in questo momento e potete arrivare in fondo.

Fate un piccolo sforzo, eccezionalmente per questa volta.

Oppure, in fondo, no. Non vale la pena.

Forse a metà.

Vediamo.

Walter ci disse: «Dobbiamo fare un libro e lo voglio fare con voi e qualche altro amico… Magari Peppino Scarfone e Romano Pitaro. Il titolo non lo so di preciso. Lo deciderà l’editore. Un libro di poesie e poi un unico raccontone, dall’inizio alla fine. Una cosa che fa da cucitura, che tiene insieme tutto»

«Eh, sì… l’anello narrativo… come dice il professore Voci quando non parla di Dante… Cioè mai… Parla di Dante tutti i giorni… Come quando Castagna gli ha detto che Dante è un servo dell’imperialismo… No, Castà? Non ci dicisti accussì? E lui gli ha detto mezzo indignato “Tu sei stupido ma… banale” Ah, ah…No, Casta’? Ti futtìu Voci, Casta’! Ah, ah»

Walter era imperterrito, sorrideva e continuava a dire.

«È una bella storia. Tre ragazzi che siamo noi vogliono diventare famosi come poeti. Alla fine pensano che un gesto eclatante come il suicidio li può rendere immortali. Però alla fine rinunciano anche a questo perché sarebbe tutto troppo serio… Bello, no? Divertente, no?»

Io e Maurizio fissammo Walter per qualche attimo in silenzio. «Tu si’ pacciu» commentò Maurizio. Era ottobre 1978 dappertutto a Catanzaro e lo era pure davanti al bar davanti al Liceo Classico Galluppi. Mi venne di aggredire allegramente Maurizio, lasciando Walter a squadrarci quasi incazzato… Guarda questi due che non si può fare un mezzo discorso serio.

«Ha ragione Cognetti…Si avvicina Natale… Arriva Cognù Bambino… Cognù… Gnognò…Gnognò…» questo aggiunsi inseguendo Cognetti che brandiva contro di me l’ombrello aperto in quella fresca giornata di sole autunnale. Scansava i miei pizzicotti e la mia coglionetta: «Gnognò… Gnognò… E secondo te dovrei scrivere un libro di poesie con Cognù Bambino… Walter, non è possibile… Ah, ah…»

«Ettorù… siamo a ottobre, ma mi volete stare a sentire o no?» Walter ebbe pazienza quel giorno.

Era così perché era lo stile, era il momento, eravamo demenziali perché eravamo così. Io dico che lo saremmo stati a prescindere dal momento, dalla politica, dalla rivoluzione. Una generazione intera era così. La creatività al potere. Sì, al potere… Sta’ friscu.

Ci davamo arie da poeti in quegli ultimi anni di liceo. Io giravo con un basco blu messo un po’ di traverso. Un Ungaretti magro e occhialuto. Maurizio con una bombetta scassata di suo fratello per la quale rischiammo di essere presi a cazzotti al mercato ortofrutticolo di Belfast, l’anno dopo. Chi è che va a spasso in un mercato cattolico irlandese con il simbolo degli inglesi invasori in testa? Due immaginari poeti calabresi.

Scrivevamo poesie e racconti ed era un specie di allegra tenzone artistica fra qualcuno che poi tentò la via dello scrittore e qualcun altro no: Maurizio Cognetti, Walter Torchia, Benedetto Sestito, Peppino Scarfone, Renato Nisticò, Romano Pitaro.

Non era raro che ci si trovasse la sera, ai Giardinetti di San Leonardo.

«Lo sai… ho scritto un racconto…»

«Io invece una poesia»

«Eddai leggiamo… certo che batti a macchina che fai pena, è tutto pieno di cv».

Mica cv vuol dire Curriculum Vitae.

Che ne sapete voi che scrivete solo in ambiente digitale del cv? Il vostro device vi corregge l’ortografia. Magari a modo suo. ma la corregge.

Quando si scriveva a macchina, magari con la lettera 32 dell’Olivetti, il risultato era che spesso battevi la c invece della v e viceversa. Allora incazzato ci ribattevi sopra la v o la c.

I fogli si riempivano di questi sgrancichi. Era fastidioso il cv.

Passarono un paio di mesi febbrili, ognuno a scegliere le sue poesie, ognuno ad ascoltare quello che l’altro aveva da scrivere. E poi ascoltare il racconto di Walter, la cucitura, l’anello narrativo…

Non so che valore avessero quei testi, tutte quelle parole a invadere carta su carta. Per noi però erano importanti. Erano i nostri diciottanni che sfilavano sul nastro nero della macchina da scrivere.

Un numero indeterminabile di amici ci ruotava attorno in serate a base del vino scadente delle osterie catanzaresi, rape e fagioli da Reduci e Combattenti, morseddu da Pepè u Russu. Nel modo leggero e scanzonato di una banda di liceali si compose tutta l’avventura nei suoi dettagli. Avremmo venduto poi le copie secondo lo stile militante dell’epoca… Fuori il Classico, fuori lo Scientifico, amico per amico, magari casa per casa.

Fu tutto molto letterario forse perché pareva candidarsi a non esserlo affatto,forse per la diversità delle intenzioni che c’erano dentro: la cavalleresca generosità del nostro editore, la goliardia di Maurizio, il sentirsi un po’ letterato di Walter, il gusto per il surreale del quale sono invasato io stesso da tenera età. Ma forse anche c’era la troppa gioventù, un’ingenuità e una verginità di provinciali.

Il libro uscì ufficialmente a gennaio del 1979 ma in realtà verso aprile o maggio. Era in 132 pagine per duemila lire. L’editore era una persona non un ufficio e nemmeno un consiglio di amministrazione e si chiamava Benedetto Sestito. Pagò ogni cosa di tasca sua. In copertina e nei crediti finali l’editore si chiama “la foglia di ficus”, già “Catene Mentali” . Non so quanti libri abbia pubblicato ma credo tutte produzioni romantiche e ciclostilate come la nostra. Forse furono cento copie, forse centocinquanta. Non mi ricordo più. Qalche  altra cosa me la ricordo ma a modo mio. Mi ricordo che fu battuto a macchina e ciclostilato pagina per pagina dal paziente editore medesimo dentro la sede di Lotta Continua. Poi ci mettemmo tutti a fascicolare le copie sul grande tavolo della casa di Benedetto. Walter mi dice che invece si fece tutto alla parrocchia di Don Biagio che aveva una macchina elettrica e un ciclostile  degno. Sono entrambe due versioni epiche e possiamo tenerle tutt’e due.

Per dare dignità editoriale all’opera, Benedetto portò tutte le copie in tipografia e il libro venne cucito, incollato, rifilato e ricevette una degna copertina con un disegno di Klee sulla prima.

Sulla quarta troneggiava, in lettere capitali, una sinossi assolutamente degna dell’avventurosa operazione:

“Ventuno scene, due dibattiti, trentaquattro poesie e due in forma di prosa, venti intermezzi e sei interventi celesti: Una carrellata di situazioni, sensazioni, possibilità, dolcezze, spiragli e buchi neri del grande mondo qualsiasi di un pugno di afflitti incalliti, tipi comuni senza comunità, assolutamente pieni di sé e della propria sacrosanta gloriosa unicità, gentili e bradi tali e quali i loro nonni, forse. Come tutti. Votate e fate votare”.

Ne conservo una copia che ha sopravvissuto ai miei innumerevoli traslochi.

Quando mi serve ridere, la leggo e rido.